Homecoming: la seconda stagione

Homecoming 2 ***

Una piccola barca senza remi al centro di un lago in pieno sole. Una giovane donna riversa, si risveglia improvvisamente, ha un telefono in mano, ma le cade subito nell’acqua. Sulla riva c’è un uomo che la osserva e scappa via.

Pian piano riconquista la terra ferma, ma è ormai notte. Trova la chiave di un auto, ma quella che è parcheggiata sulla strada non è la sua. Viene fermata da una poliziotta, ma non ricorda più nulla di sè. Non il suo nome, non il suo lavoro, non le circostanze che l’hanno portata su quel lago.

Ha un tesserino da veterano dell’aeronautica militare, che la identifica come Jackie Calico e un brutto segno sull’avambraccio, che indica un’iniezione recente.

Scappa dall’ospedale dove la credono un’eroinomane e grazie ad un tipo che si chiama Buddy, conosciuto in ospedale, cerca di trovare qualche traccia del suo passato, almeno quello più recente.

Finisce così prima in un bar del paese, dove l’hanno vista il giorno prima discutere animatamente con un uomo e quindi in una stanza d’albergo, occupata da un certo Alex Eastern. Qui trova una busta con dei documenti, un bel po’ di banconote in pezzi da cento dollari, una strana fialetta rossa e un melone appoggiato sul letto.

Buddy ne approfitta, la colpisce e ruba i soldi, mentre Jackie comincia a capire che la sua identità di veterana potrebbe essere un inganno.

La seconda stagione di Homecoming si apre con un nuovo enigma, una nuova protagonista e quello che appare come un racconto diverso, dall’intrigo che aveva innervato le prime dieci puntate, interpretate da Julia Roberts, Bobby Cannavale, Shea Wingham e Stephen James.

E invece, già nel secondo episodio entrano in gioco alcuni personaggi che abbiamo visto all’opera nella prima stagione e l’azione si sposta alla Geist, la società chimica al centro dell’esperimento Homecoming.

Diversamente da quanto accadeva nella prima stagione, capace di tenere assieme diversi piani narrativi, temporalmente distanti, in un’unica narrazione, che nell’alternanza dei formati d’immagine, faceva comprendere immediatamente le coordinate dell’azione, qui i piani vengono rigorosamente divisi.

Dopo le prime due puntate, che si concludono con una grande festa nella sede della Geist, con il vecchio proprietario Leonard che se la prende con un fantomatico nuovo socio, responsabile della corruzione della sua società, e con l’incontro tra Jackie e Audrey Temple, la donna che vive nell’appartamento intestato ad Alex Eastern, la serie si riavvolge su sè stessa e ci riporta indietro di qualche settimana, ricollegandosi direttamente agli eventi della prima stagione.

Il lungo flashback termina proprio prima dell’ultima, settima puntata, dove tutti i nodi vengono al pettine.

Ci si accorge così che questa nuova stagione di Homecoming non è una nuova storia, ma è esattamente la conclusione di quella precedente. Se Heidi Bergman è uscita di scena, il soldato Walter Cruz è ancora uno dei protagonisti principali.

Così accade a Colin Belfast, l’ideatore senza scrupoli del trattamento Homecoming, che qui esce di scena, ma viene sostituito dalla sua assistente, quella Audrey Temple che scala i posti di comando della Geist, grazie alla sua intraprendenza e ai consigli di Alex Eastern, che vive con lei e che è un consulente abilissimo, che si occupa di mettere a tacere i possibili scandali interni alle grosse società.

L’atmosferma da thriller cospiratorio che caratterizzava la prima stagione diretta da Sam Esmail, qui lascia spazio ad un intrigo meno oscuro, nel quale invece dissimulazioni e inganni della prima stagione trovano soluzione e spingono ciascuno a confrontarsi con le proprie responsabilità.

Il giovane regista Kyle Patrick Alvarez, che viene dal riuscito, Effetto Lucifero e dalla serie Tredici, girata per Netflix, cerca di mostrarsi all’altezza della messa in scena barocca e sensazionale di Esmail, che pescava in tutto l’immaginario del cinema politico degli anni ’70, saccheggiandone lo stile e soprattutto le musiche, utilizzate per creare immediatamente un sentimento riconoscibile di terrore e insicurezza.

Tuttavia dopo le prime due puntate, nel lungo flashback che occupa le successive quattro, assume un andamento assai più piano e ordinario, lasciando a qualche split screen il compito di richiamare, da solo, il lavoro di Esmail.

Se nella prima stagione il nemico invisibile era la misteriosa società chimica, che aveva implementato il programma Homecoming, in uno spazio isolato dal mondo, in Florida, questa volta il villain è assai più chiaro e identificato, con il volto del Ministero della Difesa che intende utilizzare la tecnologia della Geist ad ogni costo, invece di indagarne gli effetti collaterali.

Emergono in modo più evidente i personaggi principali, a cui la narrazione affida il compito di sorreggere l’intrigo, in modo diverso da come accadeva nella prima stagione, in cui i quattro protagonisti erano invece immersi nella spirale drammatica della storia.

I primi commenti sulla nuova stagione, che arrivano dagli Stati Uniti, sembrano scontare una certa delusione, quando l’idea di un nuovo intrigo si dissolve e questa Homecoming 2 si mostra come un vero sequel della prima, una sorta di appendice che porta a conclusione le linee narrative che correvano parallele e sottotraccia.

In realtà, pur con ambizioni ridotte e senza la cinefilia e il talento prodigioso di Sam Esmail alla regia, anche questa seconda stagione funziona egregiamente e così come avveniva nella prima, usa una benedetta economia narrativa, mantenendo gli episodi di 25 minuti e riducendoli addirittura a sette, in modo da poterli fruire piuttosto comodamente, anche in un’unica sessione di binge watch.

Chris Cooper, piuttosto invecchiato, è un Leonard Geist generoso, testardo e indovinato, che sembra uscito da un manuale di Slow Food, tutto terra e radici.

Joan Cusack ha il ruolo del cattivo con le stellette militari e pur in un ruolo piccolo, se la cava piuttosto bene, lasciando qualche margine di umanità alla sua parte.

Janelle Monáe è la nuova protagonista in un ruolo che è duplice e piuttosto complesso, perchè il suo personaggio vive in modo opposto nella parte del flashback, passando da un’identità forte e psicologicamente consapevole e in totale controllo, persino manipolatoria diremmo, ad un essere umano che ha perduto tutto senza più ricordare nulla, neppure se stesso.

Altrettanto indovinata Hong Chau, nei panni di Audrey Temple, che nella prima stagione aveva un ruolo marginale e che ora ha acquisito importanza, proprio ocme accade al suo ruolo nella serie. Dopo il ruolo magnifico nella serie Watchmen, qui è alle prese con un altro personaggio sfuggente, incerto, che impara a comandare velocemente e a pensare in nome della ragion di stato.

Infine Stephan James riprende il ruolo del tormento soldato Walter Cruz, con la stessa impetuosità fisica e lo stesso senso di minaccia incombente che lo aveva accompagnato nella prima stagione.  Alla fine comprendiamo che Homecoming è davvero la sua storia.

Una storia di sfruttamento, redenzione e vendetta.

Titolo originale:  Homecoming 2
Numero degli episodi: 7
Durata media ad episodio: 25 minuti circa
Distribuzione: Amazon Prime dal 22 maggio

CONSIGLIATO: a coloro che amano il cinema americano degli anni ’70, agli anti-militarisiti e a coloro che hanno a cuore la difesa della terra.

SCONSIGLIATO: a coloro che non hanno visto la prima stagione o che si attendono una nuova avventura, da questa seconda.

VISIONI PARALLELE:

–  Effetto Lucifero, l’ultimo film di Alvarez, premiato al Sundance nel 2015. In Italia si trova su Itunes.

UN’IMMAGINE: il finale del secondo episodio con uno split screen delle due protagoniste che finisce per concludersi con un bacio, che cambia ogni prospettiva.

Un pensiero riguardo “Homecoming: la seconda stagione”

  1. Ne leggo per la prima volta bene e questo magari mi rincuora un po’, perché ero bloccata nel continuare con questa seconda stagione, proprio perché la prima mi è piaciuta all’inverosimile e quindi temevo l’effetto opposto. Poi non sapevo che fossero solo 7 episodi, quindi quasi quasi lo recupero per farmi un’idea mia.

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