La lotta per la sopravvivenza

La lotta per la sopravvivenza – Jusqu’au déclin **

Vincitore a Toronto con il suo corto Viaduc, nel 2015, il regista canadese, originario del Quebec, Patrice Laliberté, debutta nel lungometraggio grazie a Netflix.

Se il titolo italiano richiama in modo improprio il pensiero di Verga e il ciclo dei vinti, quello originale, Jusqu’au déclin (letteralmente Fino al declino) assume un significato assai più pertinente e sinistro.

Il film cominicia con un lenzuolo insanguinato e un uomo di spalle che lo osserva.

Nella notte una famiglia di Montreal si esercita per un piano di fuga. Il padre, Antoine, segue su internet i tutorial di un tale Antoine, che invita a prepararsi per l’inevitabile: una crisi economica, un’epidemia, il surriscaldamento globale.

Qualunque sia la causa, la risposta è l’auto-isolamento, con scorte di riso da consumare in vent’anni, sottaceti fatti in casa e tante armi: The American Way, potremmo dire, anche se qui siamo più a nord.

Antoine poi decide di partecipare ad uno dei camp di Alain, nella sua tenuta nei boschi innevati, trasformata in rifugio autosufficiente, chiamato Base Autonoma Durevole: pannelli solari, propano, legna da adere, generatore elettrico, freezer, un pollaio, una serra, un melo, un acero, fucili d’assalto, bombe autoprodotte e tante trappole sui sentieri attorno alla casa, per cacciare lepri e altri animali, ma anche per difendersi in caso di assalto.

A partecipare all’addestramento, sei cittadini “lucidi, illuminati” convinti che bisogna difendersi dall’orda dorata che vorrà derubarli di tutto. A proteggere l’ideale, come ripete Alain la sera a cena, c’è bisogno di una squadra unita.

Ma anche di un bel po’ di polvere da sparo, perchè “quando 50 immigrati vi assaliranno con il machete“, non si potrà farsi trovare impreparati.

Quando però uno dei sei, François, si fa esplodere per aria, trasportando il suo ordigno, appena costruito, tutte le certezze fanatiche del gruppo si dissolvono.

Si tratta evidentemente di un incidente, ma che fare? Chiamare la polizia e rischiare di essere tutti incriminati, magari per terrorismo interno o omicidio colposo, mettendo a repentaglio il rifugio di Alain e la vita di ciascuno? Far sparire il corpo? E se la famiglia di François si mettesse a cercarlo? Sarebbero tutti complici di occultamento di cadavere.

Faticosamente si accordano di prendere una decisione la mattina dopo, a mente fredda, ma Alain ha già scelto per tutti…

Non poteva scegliere momento più adatto Netflix per lanciare sulla sua piattaforma streaming, il film di Laliberté, un pamphlet moralista e ambiguo, sul fanatismo millenarista che evidentemente alberga non solo nei red state americani, ma attraversa in modo più trasversale la società occidentale.

Tuttavia le immagini degli americani in fila nei negozi di armi, nei primi giorni della crisi da coronavirus, sono un unicum di quella cultura, che si sente sempre assediata.

Il film vorrebbe puntare il dito verso il populismo revanscista, i movimenti anarchici radicali, survivalisti, xenofobi, verso quelli che si riconoscono nel libertarian party e che vorrebbero lo stato minimo, non ne riconoscono l’autorità nè in campo legale, nè in campo fiscale, e che si fidano solo del proprio fucile.

La NRA andrebbe probabilmente fiera di Alain e dei suoi sei adepti: I’ll give you my gun when you take it from my cold, dead handsera il loro slogan ai tempi della presidenza di Charlton Heston.

Ed è esattamente quello che succede nel film di Laliberté, quando le cose si fanno difficili, ciascuno imbraccia la propria arma e la usa.

La lotta per la sopravvivenza non va troppo per il sottile, usa toni da B-movie e corre veloce nei suoi 83 minuti, tuttavia anche se la confezione è pertinente e professionale, non riesce mai ad evadere dalle maglie strette dell’impianto drammatico di genere.

Non mancano, nel corso della lunga caccia all’uomo, sequenze di una certa efficacia, come quella ambientata sul fiume ghiacciato o il ritorno a casa tra i fumogeni di Alain.

Da segnalare anche la fotografia widescreen di Christophe Dalpe immersa nel chiarore ovattato della neve e nel silenzio della natura, con qualche interessante plongè che suggerisce un’astrazione che il film tuttavia non raggiunge mai, nonostante si sia scelto come campo da gioco una serie di questioni politiche radicali, decisamente esplosive.

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