Alan Moore sulla cultura dei supereroi…

E’ tornata di grande attualità ed è stata rilanciata su internet e social un’intervista del maestro Alan Moore, il papà di Watchmen, V per Vendetta, Batman: The Killing Joke, From Hell, La Lega degli Straordinari Gentlemen e di altre straordinarie graphic novel, rilasciata nel 2017 a Raphael Sassaki e riportata su Folha de São Paulo.

L’intervista è stata solo di recente tradotta in inglese e pubblicata integralmente sul blog Alan Moore World.

Nel corso degli anni Moore è stato molto critico sui suoi primi famosissimi lavori, sullo stato della cultura occidentale e su quella dei fumetti in particolare, ma i suoi giudizi sui film di supereroi sono diventati ancor più feroci negli ultimi tempi.

“Non possiedo più alcuna copia di questi libri e, a parte il serio lavoro che ci ho messo quando li ho scritti, i miei unici punti di contatto con questi lavori sono amicizie spezzate, tradimenti corporativi perfettamente normali e sforzi sprecati. Dato che sicuramente non rileggerò mai più nessuna di queste opere e che non ho alcun desiderio di rivederle o addirittura di pensarci, ne consegue che non desidero discuterne, firmarne copie o, anzi, avere qualcosa a che fare con loro”.

Come sapete non ha voluto partecipare a nessuno dei quattro adattamenti cinematografici dei suoi lavori e con il sequel del suo Watchmen, scritto e prodotto da Damon Lindelof per HBO, che riporta invece i contributi di Dave Gibbons, il disegnatore originale che con Moore ha creato quell’universo narrativo.

“L’impatto che i supereroi hanno avuto sulla nostra cultura è preoccupante e imbarazzante. All’inizio questi personaggi erano perfetti per stimolare l’immaginazione degli adolescenti di dodici o tredici anni, l’odierno superomismo invece, rivolto a un pubblico apparentemente adulto, sembra servire ad uno scopo diverso e a soddisfare altre esigenze.

In primo luogo, i film di supereroi per il mercato di massa sembrano rivolti ad un pubblico che non desidera rinunciare alla propria infanzia o al XX secolo, entrambi relativamente rassicuranti. La continua popolarità di questi film, per me, suggerisce una sorta di arresto emotivo deliberato e autoimposto, combinato con una condizione paralizzante data dalla stasi culturale, che può essere rintracciata nel mondo del fumetto, nei film, nelle musica popolare e, in effetti, all’interno dell’intero spettro culturale contemporaneo.

Gli stessi supereroi – in gran parte scritti e disegnati da autori che per primi non hanno mai difeso i propri diritti, nei confronti delle aziende che li mettevano sotto contratto, per primi Jack Kirby o Jerry Siegel o Joe Schuster – sembrerebbero essere impiegati come ‘compensatori’ della codardia diffusa, forse un po’ come quando si tiene la pistola sul comodino.

Vorrei anche sottolineare che, a parte una manciata di personaggi non bianchi (e di autori non bianchi), questi fumetti e questi personaggi iconici sono ancora il sogno dei suprematisti bianchi di una razza superiore. In effetti, penso che si possa ragionevolmente argomentare che La nascita di una nazione di D. W. Griffith sia il primo film di supereroi americani e il punto di origine di tutti quei mantelli e maschere”.

Curiosamente è proprio nel Watchmen televisivo che questo parallelo sembra trovare la sua rappresentazione più chiara. Chissà che Lindelof non avesse letto questa intervista, quando ha pensato al suo adattamento televisivo.

Ovviamente, al confronto con le parole di Moore, quelle di Scorsese e di altri di queste settimane, appaiono come delle carezze al mondo dei cinecomics.

 

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