Le ragazze di Wall Street – Business is business

Le ragazze di Wall Street – Business is business *

Il film scritto e diretto da Lorene Scafaria, a partire da un articolo del New York Magazine, vorrebbe essere un sapido incrocio tra l’estetica di Magic Mike e il moralismo di Wall Street.

Solo che la regista non ha un’oncia dell’ironia e del talento di Soderbergh, nè tantomeno della capacità mitopoietica e dello spirito ribelle di Oliver Stone.

Alla fine, quello che rimane del suo film vorrebbe condensarlo nella battuta finale della protagonista, la spogliarellista Ramona: “siamo come l’America, qualcuno balla e gli altri lanciano i soldi sul palco”. 

Che cosa poi voglia dire la sottile metafora, lo lasciamo alla vostra perspicacia.

Secondo noi, assolutamente nulla. Ma tant’è. Il film è tutto così.

Una storiaccia priva di alcun significato, scritta coi piedi, recitata ancora peggio, da un gruppo di improbabili stripper, senza alcuna empatia, diretta con quello che sarebbe stato tacciato di inaccettabile male gaze, se alla regia ci fosse stato un uomo.

E invece c’è Lorene. Quindi va tutto bene.

Si comincia nel 2007, con Constance Wu, la disastrosa protagonista di Crazy & Rich, qui nei panni di una ballerina di night club, Destiny, che vive con la nonna nel Bronx e cerca di mantenersi con la pole dance.

Ma i soldi sono sempre troppo pochi, perchè la filiera è lunga: una parte del guadagno va al locale, un altra al manager, una ai bodyguard e bisogna lasciare le mance a un sacco di gente.

E qui già dovrebbe partire la lacrimuccia: che mondo crudele e infame!

Sul palo Destiny conosce la diva del locale, Ramona, che fa la sua entrée vestita quasi di nulla mentre il palco si riempie di banconote che i gonzi di Wall Street, che passano le loro serate al locale a sperperare i soldi che hanno ‘rubato’ la mattina, le lanciano allupati.

Capito dove andiamo a parare? Se rubano loro ai fondi pensione, perchè non farlo anche noi?

E così quando arriva la crisi e il locale si svuota di clienti e si riempie di russe disponibili a tutto, Ramona propone a Destiny e ad un paio delle altre ragazze un gioco più audace. Vecchi clienti, contattati telefonicamente, e nuovi, abbordati nei bar di downtown, senza distinzione, vengono tutti drogati a loro insaputa con un mix di ketamina e mdma, in modo da tramortirli, mentre le ragazze svuotano le loro carte di credito personali e aziendali.

Chi ammetterebbe poi di aver prosciugato il massimale con quattro spogliarelliste?

Qualcuno finisce per perdere il lavoro e finire sul lastrico. Ma a Ramona non importa: o a loro o a me. D’altronde sia lei che Destiny sono madri single, con figlie da mantenere: tutto è consentito!

Che bel Natale che passano Destiny e le altre nel 2011. Con questo sistema infallibile, i soldi sono come una manna che piove dal cielo. Borse di Vuitton, scarpe di Laboutin, pellicce di cincillà: le ragazze fanno grandi sogni, come cantava Bennato, ma poi alla fine si accontentano.

A riannodare i fili del passato ci pensa nel 2015 una giornalista interpretata da Julia Stiles, meno espressiva di uno dei pali della pole dance.

Ovviamente Ramona non parla più con Destiny da anni e non si capisce il perchè. E le lacrime continuano a cadere copiose sul volto di Constance Wu, non si sa bene se per il rimorso del suo personaggio o per un impeto di lucidità, davanti ad una sceneggiatura così disastrosa.

Moralismo d’accatto e giustificazioni puerili – “essere madre è una malattia mentale!” – sessismo della peggior specie, superficialità patinata, stupidità feroce, avidità sfrenata: non manca nulla al film della Scafaria, ma…

Ma c’è un motivo se ha avuto, almeno negli States, un successo notevolissimo ed è Jennifer Lopez, assolutamente sensazionale nei panni di Ramona.

Corpo statuario, movenze feline, fascino e sensualità ipnotiche. E’ indubbio che il film resti in piedi solo per lei e per la credibilità che lei stessa le infonde. Di fronte alle sue camminate prorompenti, si comprende meglio perchè la truffa delle carte di credito abbia funzionato così a lungo.

Peccato che un’attrice che ha un carisma così forte sia relegata a film di tale modestia. Erano molti anni che J.Lo non appariva sullo schermo e il suo ritorno non poteva essere più spettacolare.

La sua presenza sullo schermo funge da spettacolare diversivo per non notare l’inganno della Scafaria ai danni dei suoi spettatori, ma ogni volta che lei non c’è, tutto si spegne e il trucco si vede.

L’originale Hustlers – truffatrici – diventa in italiano un abominio di sessismo e inglesismi, che forse rende ancor più esplicita la stupidità del giochino.

Ad un certo punto sullo schermo della tv di una delle ragazze si vede Kim Kardashian ai suoi esordi televisivi: Le ragazze di Wall Street le è debitore sia dal punto di vista estetico, con la supremazia delle forme esagerate, delle linee curve contro ogni spigolosità, sia dal punto di vista etico, con un peana al denaro per il denaro, al desiderio sfrenato di accumulo e di consumo capitalistico, che si trasforma in potere, lusso, status, poggiati sul nulla.

Il women empowerment è davvero tutto qui? Due anni di #metoo, per produrre una cosa come Le ragazze di Wall Street?

Vuoto pneumatico.

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