Wall Street: il denaro non dorme mai

Wall Street: il denaro non dorme mai **

Quando Oliver Stone scrisse e girò Wall Street, aveva appena vinto l’Oscar per Platoon ed era l’uomo nuovo di Hollywood: reduce del Vietnam, figlio di un broker e allievo di Scorsese alla New York University era considerato un polemista instancabile e politicamente radicale.

La fortuna del primo film fu quella di uscire nelle sale subito dopo il black friday del 1987, quando il mondo si accorse che i broker, i “padroni dell’universo” raccontati da Tom Wolfe, bruciavano davvero in un falò delle vanità, assieme ai risparmi di tanti lavoratori.

Lo scarto tra Main Street e Wall Street appariva già allora intollerabile. Ma superata la crisi, la borsa ricominciò a macinare utili nel felice decennio clintoniano, in cui le magnifiche sorti e progressive sembravano finalmente realizzarsi.

E così Gordon Gekko, lo speculatore cinico, amorale e spregiudicato del film di Stone, ne tramandava la mitologia, travolgendo nell’immaginario collettivo la parabola dell’ingenuo Bud Fox e del padre, operaio nella piccola compagnia Blue Star.

Le battute fulminanti di Gekko, il suo modo di trattare soldi e persone con lo stesso disprezzo facevano scuola.

Il film era pieno di acutissime osservazioni sociali e culturali: dai ristoranti alla moda, ai telefoni cellulari ante litteram, dalle palestre esclusive, alle case negli Hamptons ed alla pop art.

Il monologo di Gekko sull’avidità è stato citato e imitato all’infinito negli ultimi venti anni, lasciando sconcertati e sorpresi gli stessi Stone e Douglas, che pensando di dipingere un cattivo da antologia, scoprivano invece di aver tratteggiato un modello per le generazioni a venire: la nuova bolla speculativa del 2008-2009 ha costretto tutti a confrontarsi di nuovo con i Gordon Gekko, proliferati senza freni nelle società di brokeraggio, nelle assicurazioni e nelle banche d’affari.

E quindi può essere sembrata una buona idea a regista ed attore ritornare al personaggio di allora, soprattutto in un momento in cui le loro carriere apparivano decisamente appannate da insuccessi, età e ruoli marginali.

Ci vogliono però quasi due ore di film per ritrovare il vero Gordon Gekko, l’uomo spietato e senza scrupoli del 1987, perchè i protagonisti del nuovo film sono altri.

Il giovane Jacob Moore, innanzitutto, che si muove nell’acquario della finanza, lavorando per l’immaginaria banca Keller Zabel, con le idee poco chiare: c’è la voglia di far soldi, naturalmente, unita al desiderio di vendicare il suicidio del suo mentore, Louis Zabel (Frank Langella), il presidente di una banca d’affari ridotto sul lastrico dalla calunnia di un più giovane raider.

C’è la figlia di Gekko, Winnie (Carey Mulligan), giovane blogger ambientalista e democratica, fidanzata con Jacob, che ha ripudiato il padre e non ne vuole più sapere dei suoi soldi.

Poi c’è il nuovo cattivo, Bretton James (Josh Brolin), pupillo del vecchio banchiere Jules (Eli Wallach), e CEO della banca Churchill Schwartz, che ha inondato il mercato di titoli tossici e che opera dall’estero – con un fondo chiamato Locusta – per destabilizzare i concorrenti.

Il film intreccia le loro storie, sullo sfondo della crisi finanziaria dei subprime, trovando uno spazio anche per la madre di Jacob (Susan Sarandon), infermiera improvvisatasi immobiliarista, sfruttando l’illusione della continua crescita del prezzo degli immobili.

Jacob ha il volto di Shia LaBoeuf, a cui il film assegna il compito difficile di tenere in piedi tutte le sottotrame: è il pupillo del banchiere suicida, ma cerca vendetta, lavorando per Bretton James; chiede consigli a Gekko, ma senza che lo sappia la figlia Winnie, a cui ha chiesto di sposarlo; presta anche un sacco di soldi alla madre, in difficoltà con il crollo dei prezzi delle case.

Il film procede a passo spedito, grazie al consueto montaggio rutilante, senza che Stone riesca però a rendere credibili i suoi personaggi: Jacob è un piccolo squaletto, che si fa trascinare da troppe correnti contrastanti, finendo il film in piena confusione; Winnie odia il padre per essere stato in galera, mentre il fratello si uccideva con la droga(!), ma in fondo sta con un Jacob, che fa lo stesso lavoro; Bretton James è un cattivo bidimensionale e Gekko…  è diventato buono(!!!): dispensa consigli e vuole riconquistare l’affetto della figlia, scrive libri e aiuta Jacob nella sua vendetta.

Ci si chiede per due ore dove sia finito il vero Gekko, quello con i capelli pieni di brillantina, le bretelle pacchiane e le camicie azzurre con il colletto bianco.

Non bastano neppure gli anni trascorsi da Gekko in prigione o un gustoso cameo di Charlie Sheen-Bud Fox, a far leva sull’effetto nostalgia, per giustificare un così implausibile intenerimento.

E infatti nel prefinale, almeno il vecchio Gordon sembra improvvisamente ritrovare le giuste motivazioni.

Ma a Stone è venuto davvero il cuore di panna e non resiste a regalarci un happy ending, con bambini festanti, palloncini e bolle di sapone, che neppure in un film di Frank Capra: e visserò così ricchissimi, felici e contenti.

Purtroppo però la realtà è ben diversa. La crisi ha avuto davvero effetti devastanti e neppure i piani straordinari di interventi pubblici stanziati dal Congresso, a cavallo delle presidenze Bush e Obama, sembrano aver ridato fiato alla prima economia del mondo, colpita da una recessione senza fine.

Non solo, ma la critica allo stesso modello economico americano – messo alla berlina da Stone all’inizio del film, in un nuovo monologo di Gekko, che ribalta quello del primo film – viene completamente trascurata nella seconda parte del film, nella quale prevalgono la debolissima storia familiare e personale e la telefonatissima sconfitta del cattivo di turno.

Sono passati 23 anni dal primo film e si sentono tutti: il cinema di Stone, sempre alla ricerca di padri a cui ribellarsi e con cui fare i conti, sembra girare drammaticamente a vuoto, almeno da Ogni maledetta domenica.

Privatosi dello straordinario direttore della fotografia Robert Richardson, ora con Scorsese e Tarantino, anche la sua messa in scena elegante e barocca, sembra meno efficace.

E persino la sua vena polemica e radicale – che l’ha spinto negli anni a raccontare l’orrore del Vietnam, a svelare le bugie di Richard Nixon ed il complotto per uccidere JFK – si è confinata nei documentari dedicati al sudamerica ed al medioriente, mentre il suo cinema si è fatto sempre meno problematico e sempre più accomodante e mainstream.

L’idea di riportare in vita il personaggio Gekko poteva essere il modo giusto per raccontare un paese, che non sembra imparare dai propri errori e che finisce sempre per lasciarsi sedurre dall’amoralità condita dal sorriso.

Ma invece di ritrovare la sintonia con un paese ancora dilaniato dagli scandali e dagli eccessi speculativi, Stone ha preferito indugiare sull’adagio “anche i ricchi piangono, ma hanno un conto in Svizzera con cui consolarsi”, che non interessa proprio nessuno.

Dov’ è finito il moralista di Talk Radio? Dov’è finito il populista arrabbiato di Nato il 4 luglio? Forse si è dissolto in una delle bolle di sapone che chiudono il film…

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