Non succede, ma se succede…

Non succede, ma se succede… *

Il titolo italiano della nuova commedia Jonathan Levine sembra quasi una sorta di avvertimento allo spettatore distratto e ritardatario, che per caso si imbatta in questo sciagurato lavoro – magari perchè le sale che proiettano Joker o C’era una volta a… Hollywood sono già sold out.

Non succede – speriamo per voi – ma se succede… vi troverete di fronte ad un film sciatto, superficiale, derivativo, mal recitato e scritto coi piedi.

Una volta il cinema americano mainstream e quello indie erano la culla delle rom-com: la crisi dell’ultimo decennio di questo genere nobile e antico è certificato, ancora una volta, anche da questo Long Shot, dove si ipotizza che il segretario di stato agli esteri, Charlotte Field, si innamori del suo speech writer, l’idealista Fred Flarsky.

Charlotte era stata la sua babysitter da adolescente, agli albori della sua carriera politica studentesca: quando lo reincontra ad una festa in cui suonano i Boyz II Men, Fred è appena sfuggito ad un gruppo di nazisti in cui si era infiltrato, per scrivere un reportage, che gli è costato il licenziamento dal suo piccolo giornale, ceduto ad un viscido magnate conservatore dei media.

Osteggiato dalla segretaria di Charlotte, che vorrebbe per lei un flirt con il robotico premier canadese, Fred spinge il segretario, che si prepara a partecipare alle imminenti primarie presidenziali, a tenere fede alla sua agenda ambientalista.

Durante il tour de force del ministro tra Svezia, Mosca e Manila, la passione finisce per travolgere l’improbabilissima coppia.

Il film di Levine è una sciagura senza capo, nè coda, che si prolunga per oltre due ore, mentre la sceneggiatura affannosamente mette in fila una serie di situazioni improbabili, che non riescono mai a far dimenticare l’assurdità complessiva della storia e la stupidità di tutti i personaggi, stereotipi appena abbozzati, privi di qualsiasi originalità.

Se la scrittura fa acqua da tutte le parti, lasciando i due protagonisti a recitare un copione, che pare uscito da un taglia e incolla di scene scartate da altri film, sia Charlize Theron sia Seth Rogen non strappano mai un sorriso.

Tra due non c’è alcuna alchimia, nè comica, nè sentimentale.

Rogen ripete per l’ennesima volta il solito ruolo del nerd mai cresciuto con la tuta di acetato, gli occhialoni, la barba lunga, i riferimenti anni ’90 e il cappellino da baseball.

La Theron invece gioca alla politica rigida, che si scioglie pian piano, fino a farsi di ecstasy(!), ma si vede lontano un chilometro che non crede neppure un secondo a quello che sta recitando.

Il film copre il problema, affiancando all’algida e altera Charlotte una serie di personaggi maschili privi di qualsiasi qualità: non solo Flarsky, ma anche il Presidente-attore Chambers, il magnate untuoso Wembley, l’ingessatissimo premier canadese.

In questa galleria di uomini detestabili e idioti, Seth Rogen finisce quasi per sembrare il meno peggio.

Ma è una magra consolazione.

La satira alla politica, condizionata da affaristi e minata da compromessi al ribasso, si risolve nel più blando qualunquismo.

La durata, che supera le due ore, è oltremodo punitiva.

Desolante.

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