Ad Astra

Ad Astra **1/2

James Gray ha sempre avuto un’evidente fascinazione per il cinema americano degli anni ’70, per gli anni della New Hollywood e nei suoi film si colgono echi evidenti del lavoro di Martin Scorsese e di Francis Coppola, in particolare.

Fin dal suo primo film, Little Odessa, presentato alla Mostra di Venezia nel 1994, il contesto familiare, il milieu culturale, il peso della tradizione d’origine nella costruzione identitaria dei suoi personaggi hanno giocato un ruolo centrale e decisivo.

E così questa fascinazione dolorosa verso i padri e la loro eredità ha sempre legato il suo cinema e i suoi personaggi indissolubilmente.

Per la prima volta, con Ad Astra, si confronta con il cinema di fantascienza, in un viaggio conradiano al termine dello spazio, per porre fine ad una spedizione cominciata trent’anni prima, che sta dando risultati imprevedibili e pericolosi per la Terra.

Il maggiore Roy McBride è uno degli astronauti più affidabili del programma spaziale. Impassibile e glaciale anche nei momenti più difficili, non perde mai la sua capacità analitica e il suo autocontrollo.

Dopo un pauroso incidente sull’antenna spaziale internazionale, da cui riesce a uscire indenne, McBride viene convocato dalle autorità spaziali della NASA, che gli propongono una missione top secret verso Nettuno, sulle tracce del padre Cliff, astronauta a sua volta, pioniere e leader della missione LIMA, dato per disperso da moltissimi anni, che potrebbe essere ancora vivo e coinvolto con la tempesta di antimateria, scatenata nel sistema solare, che sta provocando effetti sempre più disastrosi anche sulla Terra.

Roy approda sulla Luna e poi lancia da Marte un messaggio verso Nettuno, sperando che il padre risponda e consenta di essere localizzato.

Sulla luna Roy dovrà affrontare l’assalto di pirati spaziali, si salverà da primati impazziti su una navicella norvegese, quindi nella base marziana scoprirà i veri motivi del suo coinvolgimento e l’obiettivo reale della missione.

Straordinariamente ambizioso, il lavoro di Gray sembra guardare alla fantascienza filosofica di Kubrick almeno quanto a quella metafisica di Tarkovsky, senza dimenticare gli exploit recenti di Cuaron, Nolan e Chazelle, almeno come comune riferimento visivo e tecnologico.

Il suo è un altro grande film umanista, che attraverso il viaggio del suo protagonista alla ricerca della propria eredità, ai confini spazio, lascia un messaggio omerico di speranza e fiducia nell’ossessione irriducibile dell’uomo: superare i limiti della conoscenza e del sapere è ancora quello che ci distingue dalle bestie feroci. Eppure cosa siamo ancora disposti a sacrificare sull’altare del progresso? Quali limiti etici restano – devono restare – invalicabili?

Ancora una volta Pitt è chiamato ad interpretare un personaggio emotivamente trattenuto, un antieroe che perde il suo proverbiale temperamento, in un’avventura che si fa via via più sconvolgente, nell’avvicinamento al mito paterno.

E’ evidente che nel viaggio di Roy verso il fantasma del padre Cliff, disperso vicino agli anelli di Nettuno, c’è un’eco sin troppo esplicita della missione di Willard, alla ricerca di Kurtz, nella giungla vietnamita.

Se il rapporto paterno tra i due personaggi del film di Coppola era solo ideale e simbolico, qui invece è diretto e reale, ma attutito dall’assenza e dal tempo.

Cliff come Kurtz si è fatto re, giudice e dio della sua spedizione, dittatore assoluto in nome di un principio superiore, di una moralità che gli altri non potevano condividere, in questo caso spinta a sacrificare tutto nella ricerca di altre forme di vita, in un universo tanto vasto quanto apparentemente, ostinatamente vuoto.

Personaggio omerico, chiuso nella folle solitudine del suo comando, Cliff è stato canonizzato sulla Terra, per occultare la deriva della sua ricerca.

Ma è davvero lui il responsabile della tempesta elettrica, che si sta abbattendo sul nostro pianeta?

E come affronterà l’incontro col suo stesso figlio, abbandonato già una prima volta e chiamato ora a mettere fine al suo comando?

La missione di Roy diventa contemporaneamente un viaggio di conoscenza e di scoperta di sè, dei propri limiti, delle proprie emozioni: il suo battito infatti va fuori controllo e lo tradisce, il cuore pulsa finalmente oltre gli ottanta battiti, quando il mistero si dirada pian piano.

Il film di Gray è un film di solitudini, di silenzi, di grandi scene nella vastità senza ombre dello spazio, accompagnate da un lungo monologo interiore.

Ma è anche quello in cui cerca di fare i conti con l’ossessione paterna, per trovare una strada diversa nel ritorno a casa.

L’utopia lascia spazio ai sentimenti primari, essenziali.

Il ritmo asseconda la lentezza di uomini costretti a muoversi senza gravità, le immagini di Hoyte van Hoytema alternano alle dominanti fredde e ai colori al neon degli interni, l’accendersi cremisi della passione nel cuore del protagonista, proprio nelle viscere del pianeta rosso. Ma sono il nero dello spazio e il bianco delle tute e delle astronavi a dominare la composizione cromatica del film.

Ad Astra è un film che chiede di essere amato più che ammirato, che, come i suoi protagonisti, cerca forse solo alla fine – e troppo tardi – una connessione empatica con il suo pubblico.

Nella maestosità dei set e dei campi lunghi perfettamente costruiti da Gray risiede la sua forza silenziosa e anche il suo limite più grande.

Con il dubbio che il messaggio umanista del suo protagonista, l’umiltà delle sue riflessioni, risuonino purtroppo assai poco nei nostri tempi di egoistiche malvagità.

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