American Animals

American Animals **1/2

Secondo film del documentarista inglese Bart Layton, dopo il riuscito e inquietante L’impostore, American Animals, ne rinnova la formula originale, a mezza strada tra cinema di genere e intervista ai personaggi di quella che il film annuncia sin dall’inizio come una storia vera.

Nel 2012 L’impostore, che ricostruiva la storia incredibile e sinistra di un ragazzo francese, Frédéric Bourdin, spacciatosi per un bambino sparito dal Texas molti anni prima, aveva fatto scoprire il lavoro di Layton: debutto al Sundance Film Festival, grande successo nei festival di mezzo mondo e trionfo ai BAFTA inglesi, per il miglior documentario.

American Animals ricostruisce invece la storia della rapina alla Transylvania University del Kentucky, del 2004: quattro studenti cercarono di rubare alcuni libri illustrati rarissimi di John J.Audubon e di Charles Darwin dalla biblioteca universitaria.

Per oltre un anno Spencer Reinhard e Warren Lipska, lavorarono ad un piano perfetto per sottrarre, far stimare e autenticare a New York i libri, prima di portarli in Olanda, da un ricettatore specializzato.

Coinvolti alla fine anche altri due ragazzi, lo sportivo Chas Allen e l’economista Eric Borsuk, il quartetto improvvisato si scontrò con le enormi difficoltà e gli imprevisti che un piano criminale di questa portata effettivamente creava.

Il film di Layton alterna la ricostruzione drammatica dei preparativi e della rapina, con le interviste ai quattro studenti, alle loro famiglie e alla bibliotecaria dell’università.

Così come ne L’impostore, la distanza che gli elementi documentari introducono nel racconto di genere non fanno mai calare la tensione, ma offrono invece un controcanto disilluso e amaro agli eventi, illustrandone le dinamiche psicologiche e motivazionali.

Perchè ovviamente il cuore del film di Layton è nella ricerca del movente, che spinge quattro studenti universitari, senza particolari problemi familiari, personali ed economici alle spalle, a rovinare le proprie vite, per un colpo tanto assurdo e improbabile, quanto surreale.

Eppure sin dalla prima fascinazione di Spencer per il meraviglioso ed enorme libro illustrato di Audubon, l’idea del colpo si insinua in tutti gli altri ragazzi coinvolti, con una semplicità che lascia sconcertati e che trova forse solo alla fine la sua possibile giustificazione.

Nel ricostruire il percorso drammatico dei quattro, Layton mostra il carattere eccezionale della rapina, vista come un’impresa fuori scala, capace di sconvolgere le vite di tutti, concretizzando così quella promessa di celebrità e gloria, che sembra aver sostituito nella nostra società ogni altro valore legato al progresso economico e sociale, conquistato attraverso lo studio e il lavoro.

I quattro protagonisti, giovani bianchi americani, nonostante le opportunità che la vita gli ha riservato, non sanno bene che fare della propria esistenza: l’unica via d’uscita da una normalità vista inesorabilmente come una sconfitta è l’impresa eccezionale, capace di dare una svolta decisiva alle loro vite, per quanto assurda e folle possa sembrare.

E allora ecco che qualsiasi difficoltà che si pone sul loro cammino, diventa motivo non di resa, ma di riconferma della loro decisione: tanto più impossibile è il colpo, tanto più unica e giusta è la decisione di metterlo in atto ugualmente.

Completamente dissociati dalla realtà, fino alla stupidità più radicale, i quattro finiscono per immaginarsi personaggi di un film, uno di quegli heist movie visti avidamente per preparare il colpo. E il film ne asseconda il delirio, accentuando così le sue caratteristiche di genere.

Bart Layton mette in scena la finzione sino in fondo, ne mostra il cortocircuito logico, capace di stravolgere i piani dei protagonisti, ma ne raccoglie anche le malinconiche e tardive confessioni, quindici anni dopo gli eventi: aiutato due protagonisti indubbiamente efficaci, Evan Peter e Barry Keoghan, il film funziona perfettamente sia nella ricostruzione di genere, sia nella dolorosa e surreale parte documentaristica, lasciando nello spettatore più interrogativi che risposte, com’è giusto che sia, quando la realtà prende il sopravvento sul cinema, con le sue incongruenze, le sue complessità irrisolte.

Accade spesso che nel raccontare imprese sciocche i film che lo fanno risultino contagiati dalla stupidità che raccontano: il pregio di American Animals è quello di evitare sapientemente il contagio, utilizzando la giusta distanza nei confronti dei suoi personaggi.

Da recuperare.

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