Nightflyers: psicanalisi per ologrammi

Preceduta da grandi aspettative e accompagnata, fin dalla visione dei primi episodi, da critiche negative e sarcasmo, la serie Nightflyers, in origine trasmessa su Syfy, è stata distribuita da Netflix il primo febbraio 2019. Nightflyers nasce da un racconto originale, datato 1980, di George R.R. Martin, lo scrittore elevatosi alla gloria della serialità televisiva grazie all’adattamento delle sue Cronache del ghiaccio e del fuoco, quel celebre primo volume divenuto l’epico, imprescindibile Il Trono di spade, creatura HBO di meritata fortuna. Martin è forse il più grande autore di fantasy oggi vivente. Nel 1987, Misteriose forme di vita, adattamento cinematografico di Nightflyers, fu un flop colossale. La serie, ideata da Jeff Buhler per un totale di dieci episodi, secondo molti commentatori è riuscita a fare perfino peggio del film.

Siamo nel 2093. La Terra è flagellata da epidemie ricorrenti che ne hanno decimato la popolazione. La Nightflyer, navicella spaziale, è lanciata nello spazio verso il mondo dei Volcryn, sfuggenti entità aliene in possesso, si ipotizza, di una cura. Skye, la piccola figlia di Karl D’Branin (Eoin Macken), scienziato e caposquadra del team a bordo della nave, è una delle vittime del morbo. La moglie di Karl, Joy (Zoe Tapper), devastata dal dolore, si sottopone a sedute terapeutiche, con l’obiettivo di “rilasciare”, letteralmente, i brutti ricordi dalla sua testa. Karl ha progettato una sorta di macchina acchiappasogni, un aggeggio in grado di rilevare l’influenza degli extraterrestri e di trasformare i loro criptici messaggi in sogni vividi, immagini ibride, forse versioni alternative della realtà stessa evocate da dimensioni parallele. Quando Karl entra nella struttura sferica, di sua invenzione, riesce a sentire, a vedere, perfino a toccare Skye. Più la Nightflyer si avvicina ai Volcryn, più le allucinazioni sembrano palpabili. Illusione o scoperta sensazionale? Tra gli ospiti della navicella c’è anche Thale (Sam Strike) un temuto telepate L1. Scopriamo che i telepati, questa categoria di oltreumani tanto cara al maestro Philip K. Dick, si suddividono gerarchicamente in livelli di efficienza, da L1 a L3. Thale, non un campione di simpatia, dovrà interagire con le intelligenze aliene e tradurne il linguaggio.

Nightflyers è affollata di personaggi. Incontriamo molti soggetti bizzarri, a raffigurare ciò che potremo diventare tra una settantina d’anni, quando la tecnologia si sarà impossessata dell’uomo senza chance di tornare indietro: il capitano-ologramma Roy Eris (David Ajala), nato sulla nave spaziale e in essa recluso, condannato a rivestire il suo ruolo di navigatore interstellare per metà reale e per metà virtuale; la cyberwoman Lommie (Maya Eshet), ribelle sfuggita in età adolescenziale da una comunità di luddisti antitecnologici, modificata per connettersi con il sistema neurale immersivo, il cosiddetto Cristallo, della Nightflyer; il prodigio della genetica Melantha Jhirl (Jodie Turner-Smith), superdonna creata in laboratorio e dotata dai suoi demiurghi di qualità fisiche speciali, finalizzate a superare prove estreme; la matriarca Cynthia, madre di Roy, che ha fuso la sua coscienza con le macchine per vivere in eterno. È un caos di personaggi affastellati, uomini e donne del futuro carichi di ricordi, sofferenze e nostalgie, caratteri, purtroppo, non pienamente sviluppati nei tratti psicologici, abbozzati con troppa imprecisione da una sceneggiatura sbrigativa. Le storie individuali si smarriscono spesso in filoni narrativi che somigliano a sentieri interrotti.

La serie attinge a vari generi, dalla fantascienza classica all’horror, dal cyberpunk alla novella filosofica, risultando un b-movie scarno, poco appagante, eccetto le ottime ricostruzioni scenografiche degli interni della nave, grondanti delirio e paranoia. Dalla sequenza di apertura capiamo che qualcosa è andato storto. La dottoressa Agatha Matheson (una Gretchen Mol poco ispirata) è costretta a nascondersi sotto un tavolo di laboratorio, per sfuggire alla furia del barbuto Rowan (Angus Sampson), lanciato all’inseguimento con tanto di accetta in mano in puro stile Shining. Un cliché, non l’unico. La sceneggiatura invoca la suspense con espedienti non originali, senza attizzare, tranne in sparute occasioni, il fuoco sotto le ceneri dello stupore. Rowan, scopriremo a serie inoltrata, è impazzito a causa della tragica morte di Tessia, la sua bionda compagna, conosciuta in volo. La “regina delle api” compare nel secondo episodio, quando Thale, in fuga dalla stanza-recinto dove è stato confinato, scopre di non essere capace di penetrare nella sua mente della donna, protetta dal ronzio di un alveare che risponde perfettamente ai suoi comandi. Già, ma cosa rappresenta uno sciame di api su un’astronave? E quali sono i poteri di Tessia, a fronte dell’invadenza del telepate? Perché, proprio lei, resta incinta e perché la bambina muore, in un modo banalmente spettacolare?

Molti interrogativi, come questo, in Nightflyers non trovano risposta. Anzi, sfioriscono ancor prima di diventare domande. L’impressione è che gli sceneggiatori giochino con la pazienza dello spettatore, facendo balenare una serie di geroglifici, per ricoprirli in fretta di strati di polvere, anziché azzardare chiavi di lettura intriganti o originali, che pure sembrano vicine, afferrabili. Nightflyers scade a intrattenimento meccanico, a racconto di genere incastrato in una trama povera, pomposamente adrenalinica, spolverata qua e là di sofisticherie esistenziali e incursioni nel ventre molle dei sentimenti. Si legge, in filigrana, una riflessione sui limiti della natura umana ai tempi (futuribili, prossimi, utopici?) di quello step evolutivo definito da vari autori ‘singolarità tecnologica’, il momento in cui le macchine, consce di sé, detteranno le regole, comprese quelle etiche, ai propri creatori, esautorati e implumi di fronte all’incremento esponenziale, auto-alimentato dell’intelligenza artificiale. Tuttavia cosa accadrebbe se le infrastrutture virtuali, architravi dello sviluppo iper-avanzato, fossero dominate da una volontà di potenza irresistibile, da un desiderio di rivalsa umano, troppo umano? Il Cristallo della nave, capiamo presto, è gravato da una psicosi scatenata dalla violenza patriarcale. La Ragione assoluta della Tecnologia risponde a un’istanza di riscossa e di vendetta, a un’ostilità nei confronti del potere maschile, il Nemico da abbattere. Materia incandescente che nella serie è sterilizzata, a vantaggio del mero entertainment.

L’alieno, in questo senso, è ciò che resta fuori dal dominio del calcolo e degli schemi automatizzati. È la voce che incanta e incatena all’Assurdo. La libertà, pare suggerirci il finale, sta nella frattura degli schemi spazio-temporali, nel ritorno ad un prima senza un poi. La foresta, contenuta nella cupola di cristallo, è una metafora nemmeno tanto velata degli abissi della psiche. E se Nightflyers fosse, semplicemente, un compendio di psicanalisi sotto le mentite spoglie di un pastiche fantascientifico? La questione centrale è il ruolo del passato nelle nostre vite: potrà la tecnologia aiutarci a superare le ferite e a lenire il dolore annidato tra le pieghe del rimosso? La risposta è negativa. Nessuna barriera digitale, nessuna fusione uomo-macchina o programmazione genetica riuscirà ad estirpare la componente emotiva dell’essere umano. Vi è anche un piano più prettamente “politico” del discorso. Nel sesto episodio, uno dei meglio riusciti, i nostri eroi abbordano un’altra nave, che si credeva dispersa nel cosmo. A parte l’involontaria (?) ironia sul fallimento del progetto “Europa”, dal nome della missione precedente la Nightflyer, non sarebbe fuori luogo vedere nei riti di macellazione del maschio ideati da questo clan di stregacce, autosufficienti e ultra-intelligenti, un ammiccamento alle tematiche del #meToo o, in generale, dell’attuale neofemminismo.

Sonde biomeccaniche fatte di sangue e di carne, neonati che si polverizzano rilasciando nell’aria micidiali spore, esperienze paranormali che richiamano il concetto di aura umana, mutilazioni e sacrifici in salsa splatter non sempre motivati: Nightflyers non ci fa mancare niente. Trattasi però di effetti barocchi, pianificati per colpire a tradimento lo spettatore e destare la sua attenzione. Nella serie vengono frullate molte suggestioni matrixiane e startrekkiane, lasciamo quindi allo spettatore il compito di rintracciare i numerosi riferimenti alla filmografia mainstream di genere, e gli inevitabili accostamenti a produzioni similari. Sarebbe opportuno chiedersi perché Netflix abbia deciso di investire su una serie di qualità non eccelsa, già crivellata di colpi dalla critica di oltreoceano.

Probabilmente, l’impossibilità di coinvolgere nella scrittura direttamente George R.R. Martin, legato per contratto in esclusiva al canale HBO, qui citato nelle vesti di produttore esecutivo, ha contribuito in maniera decisiva alla fiacca realizzazione dell’opera. È giusto sottolineare quanto sia, in prevalenza, la scrittura a costituire il punto debolissimo di Nightflyers. Sarebbe bastato poco, ad esempio insistere sui tormenti personali del mutante, allegoria dell’intero paniere di mutazioni che la postumanità sta sviluppando, o anche il semplice affidarsi al fascino negativo emanato dagli algidi, claustrofobici interni della nave, per ottenere un risultato migliore, all’altezza delle premesse, e promesse. Il vero soggetto del racconto, l’opprimente nave governata da matrigne intenzioni, avrebbe dovuto parlare di sé, esprimersi, farsi metafora della deriva della specie umana, così progredita da restare bambina, così incapace di comunicare da guardare altrove per ascoltare una parola di speranza.

Momenti belli? Si. Non mancano sprazzi frammentari di poesia. Un paio di volte, a sostegno delle immagini, si insinua la musica dei Radiohead. Daydreaming, il cui video girato da Paul Thomas Anderson, un surreale attraversamento di luoghi e di stanze, deve essere piaciuto agli autori della serie e una cover al femminile di How to disappear completely, nelle ultime battute del decimo episodio, al termine del viaggio di Karl oltre la porta delle stelle. I’m not here / This isn’t happening – Non sono qui / Non sta accadendo”. No, non tutto in Nightflyers è da cestinare. Non ci allineiamo all’ilarità degli stroncatori di professione. Resta comunque la sensazione di un’occasione perduta, come un volo nella notte che non raggiunge mai la sua destinazione. Peccato.

CONSIGLIATA A CHI: legge nella mente altrui ma non glielo dice, sostiene che agli animali manca solo la parola, ha un rifugio segreto sin dall’infanzia;

SCONSIGLIATA A CHI: tende a commuoversi davanti ai filmini delle vacanze, vorrebbe fare una donazione alla banca del seme, si dà martellate sulle mani quando appende un quadro.

PERCORSI DI VISIONI E LETTURE PARALLELE:

  • Film. The Visit – Un incontro ravvicinato di Michael Madsen (2015). Il contatto con una civiltà extraterrestre, in visita sulla Terra, è avvenuto. Mockumentary coinvolgente e accurato nella ricostruzione scientifica dei “fatti”.

  • Libro: Stanley Kubrick. Interviste Extraterrestri, a cura di A. Frewin (ISBN Editore, 2011). Il lavoro preparatorio del grande regista prima di realizzare 2001 – Odissea nello Spazio. Le opinioni di autorevolissimi scienziati e intellettuali sulle probabilità di incontrare, prima o poi, segnali di vita aliena.

TITOLO ORIGINALE: Nightflyers
NUMERO DI EPISODI:
10
DURATA DEGLI EPISODI:
tra 40 e 58 minuti
DISTRIBUZIONE:
SyFy – Netflix

DATA DI USCITA: 1 febbraio 2019

UN’IMMAGINE PER RIASSUMERE LA SERIE: l’abbraccio tra Karl e la figlia Skye. Un ricordo? Un sogno? O il vissuto che ritorna sotto un’altra forma di realtà?

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