High Flying Bird

High Flying Bird **1/2

Aperto dalle dichiarazioni del giocatore dei Detroit Pistons Reggie Jackson sul Rookie Transition Program e poi punteggiato da altre interviste con Karl-Anthony Towns e Donovan Mitchell, il nuovo film di Steven Soderbergh, il suo primo distribuito da Netflix, è ambientato nel mondo del basket professionistico americano.

E’ in corso un lockout, ovvero tutte le attività, le partite e i pagamenti sono fermi, in attesa che un nuovo contratto collettivo, tra proprietari e giocatori, stabilisca come suddividere gli enormi guadagni di tv e sponsor.

Il rookie Erik Scott è stato scelto da New York, si è già pesantemente indebitato, ma non ha ancora giocato un minuto in NBA. Su Twitter si è già inimicato Jamero Umber, uno dei suoi nuovi compagni di squadra.  Il suo agente, Ray Burke, cerca di fargli capire le regole del gioco, ma il lockout è un disastro anche per lui e per la società per cui lavora: assistono soprattutto giocatori di basket e senza stipendi, anche le loro percentuali si azzerano. La sua carta di credito aziendale viene bloccata, la sua assistente Sam viene dirottata a seguire il golf e la sua stessa credibilità è a rischio.

Ma Ray viene dalle strade di New York, è entrato nel sistema molti anni prima, assistendo suo cugino, proteggendolo da pettegolezzi e indiscrezioni. Nel momento più difficile della sua carriera, decide di rischiare tutto.

Nel frattempo proprietari e associazione giocatori sembrano lontanissimi da un accordo. Il brillante Ray decide allora di giocare fino in fondo il suo ruolo, facendo intravvedere alle due parti, che una terza strada è possibile, fuori dai contratti capestro con i network, le franchigie e la NBA.

Soderbergh torna a girare con un iphone così come per Unsane, ma qui non ci sono effetti particolari, se non un leggero grandangolo che abbraccia i protagonsiti lungo tutto il film.

Melvin Gregg as Erick Scott and Zazie Beetz as Sam in High Flying Bird, directed by Steven Soderbergh.Photo by Peter Andrews

Scritto dal premio Oscar Tarell Alvin McCraney, High Flying Bird è un piccolo film inconsueto, che si svolge tutto in un lungo weekend in cui lo spregiudicato Ray si troverà a giocare una partita di poker su più tavoli diversi, con la consapevolezza di essere il più bravo di tutti. Allenatori, giocatori, presidenti, agenti, assistenti: ciascuno vuole la sua fetta di un business enorme, un microcosmo in cui il talento dei giocatori regge sulle sue spalle troppi interessi.

Soderbergh confina il suo film in ambienti chiusi, in una New York autunnale fatta di grattacieli di vetro ed acciaio, ristoranti all’ultimo piano e palestre dove la vita di un afroamericano può svoltare all’improvviso.

L’idea che siano i giocatori a riprendere in mano il proprio destino non è così forte da far dimenticare a Ray che il miglior modo di battere il sistema è giocare meglio alle sue regole.

L’idealismo che attraversa il copione e che trova il suo fondamento nel lavoro del sociologo e attivista Harry Edwards, rimane una promessa di rivoluzione sempre rimandata.

Per ora a Ray è sufficiente far intravvedere una strada diversa, per costringere tutti a rinunciare a qualcosa e a far ripartire il carrozzone.

Le parole dei veri giocatori suonano come un controcanto alla storia di Ray, che prende spunto dal vero lockout del 2011-2012. D’altronde la superficialità dei giocatori e l’avidità della corte che li circonda è cosa risaputa e immaginabile. Se tuttavia negli sport europei, calcio in primis, l’atleta ha guadagnato la sua libertà fin dalla sentenza Bosman dei primi anni ’90, nello sport professionistico americano il peso delle franchigie è ancora decisivo.

High Flying Bird rimane tuttavia un piccolo film, anche per un indie irriducibile come Soderbergh.

Minimo.

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