The Front Runner – Il vizio del potere

The Front Runner – Il vizio del potere **1/2

Dopo aver aperto il Festival di Torino, l’ottavo film di Jason Reitman è passato quasi inosservato negli Stati Uniti, nonostante racconti uno degli scandali politici più noti della sua recente storia repubblicana, con un cast di attori magnifici e una sincerità che avrebbe meritato maggiore accoglienza nel pubblico.

Strana parabola quella di Reitman, che dopo i primi tre film indie, baciati dal successo e dalla gloria, Thank You For Smoking, Juno e Tra le nuvole, ha visto la sua stella brillare sempre meno, nonostante invece il suo cinema abbia acquistato sempre maggiore spessore, passando attraverso le due collaborazioni con Charlize Theron e Diablo Cody per Young Adult e Tully e i più problematici Labor Day e Men, Women & Children.

Quella connessione sentimentale con l’opinione pubblica, quella capacità di creare personaggi profondamente immersi nell’esprit du temps, sembra essere svanita.

Questo The Front Runner sembrava il film giusto, per riannodare il discorso interrotto, ponendosi come una riflessione matura e intelligente sul rapporto tra politica e opinione pubblica, tra pubblico e privato dei candidati, sul ruolo della stampa tra giornalismo d’inchiesta e sensazionalismo da tabloid, sul moralismo elevato a fattore decisivo di una campagna.

Gary Hart era stato un senatore del Colorato per un decennio. Dopo aver partecipato alle primarie democratiche del 1984, si era ripresentato per quelle del 1988, in posizione di favorito. I sondaggi lo vedevano vincente con ampio margine anche nella sfida di novembre contro l’avversario repubblicano, l’ex direttore della CIA e vicepresidente di Ronald Reagan, George Bush sr..

Ma proprio all’inizio della sua corsa nell’america profonda, alla conquista dei voti dei caucus elettorali, il MIami Herald, non proprio un faro nel panorama del giornalismo americano riceve una soffiata su una sua presunta relazione extraconiugale con una bionda incontrata ad un festa in barca organizzata da uno dei suoi sostenitori di Miami.

I giornalisti seguono la ragazza da Miami a Washington, fino all’appartamento di Hart. Lo scandalo è fragoroso, inarrestabile, la sete del pubblico non sembra esaurirsi con il tentativo del candidato di riportare il dibattito sulle cose da fare e sui programmi.

Il privato vince sul pubblico. Il resto è storia.

Reitman costruisce un grande racconto corale, in cui le voci dei protagonisti si accavallano e si stratificano senza un vero baricentro. Il protagonista, la moglie tradita, l’amante travolta dallo scandalo, il grande staff dei consulenti, i giornalisti del Miami Herald e quelli del Washington Post, ancora una volta come in Tutti gli uomini del presidente e The Post, baluardo della libera stampa.

Come in un film di Altman, la macchina da presa di Reitman registra a distanza i commenti, le mezze frasi, gli scontri, le confessioni, le telefonate, le interviste: la verità si va componendo un pezzo alla volta, attraverso la coesistenza di punti di vista diversi, sempre parziali.

Il film di Reitman non cerca facili colpevoli ed evita di puntare l’indice: intelligentemente mostra gli errori e le leggerezze di Hart, la sua incapacità di comprendere il senso e i limiti del suo ruolo pubblico, così come quelle dei reporter del Miami Herald, che appaiono come topi di fogna intenti a rivistare nella spazzatura e non come baluardi del Quarto Potere e della controinformazione.

Reitman individua correttamente nello scandalo che travolse la candidatura di Gary Hart, la manifestazione più eclatante di un mutamento nel rapporto tra potere, informazione e opionione pubblica.

Ricorda infatti Ben Bradlee, il direttore del Washington Post, qui interpretato da Alfred Molina, che ai tempi di Kennedy e Johnson, un accordo esplicito tra stampa e presidente aveva imposto di lasciar fuori dalle cronache le avventure di una sera degli uomini che guidavano il paese dalla sala ovale.

Quel gentlemen’s agreement non poteva più reggere, nell’america moralista e reaganiana degli anni ’80 e Gary Hart ne ha pagato il prezzo più alto. Ma non è stato il solo. Da allora in poi le questioni di letto hanno attraversato le campagne elettorali americane – e non solo – come un argomento decisivo e dirimente, che ha spinto quasi all’impeachment del presidente Clinton e che ancora oggi viene usato contro Trump e le sue sbruffonate da macho.

La degenerazione della lotta politica in attacchi moralistici e puritani di infimo livello è cominciata allora e ancora perdura. Reitman, nell’unico memento falso del suo film, cerca di trovarne una possibile, timida giustificazione, attraverso le parole di una cronista del Post, che dichiara, con consapevolezza #metoo, che il modo in cui un candidato tratta le donne è decisivo per valutarne le doti di leader. E’ una caduta di tono e una strizzata d’occhio, col senno di poi, che francamente si poteva risparmiare.

In modo molto più interessante Reitman ci mostra la Rice solo dopo lo scoppio dello scandalo e mai assieme a Hart e ne fa un ritratto vero, interessante, ricco di sfumature psicologiche. Rende così giustizia all’altra vittima, travolta altrettanto irreparabilmente dal treno dello scandalo.

Rimangono sempre sullo sfondo le idee di Hart, si ascolta qualche frammento dei suoi discorsi, ma è tutto vano. Il privato invade il politico e il resto non conta più. La personalizzazione della lotta politica ha ovviamente anche questo rovescio. Se quello che conta sono il carattere del candidato, le sue attitudini, le sue azioni più delle sue parole, allora è inevitabile che anche i tradimenti e le debolezze private, diventino centrali, in una visione moralistica della politica.

The Front Runner è film che affronta molte questioni centrali nel dibattito pubblico ed allora perchè Retiman non è riuscito a ritrovare il favore del consenso ampio e trasversale che aveva avuto all’inizio della sua carriera? Semplicemente perchè il suo film non liscia il pelo dell’antipolitica, non si muove nella dicotomia fasulla popolo-élite, non semplifica e moraleggia, ma cerca un ritratto complesso, mostra gli angoli oscuri di ciascuno, non ha verità assolute da imporre, ma cerca di suscitare dubbi e riflessioni.

Incompreso.

In sala dal 21 febbraio 2019.

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