The Terror: se solo ritrovassimo il mare, il mare, il mare aperto

The Terror ****

The Terror è la storia di due navi della Royal Navy, Erebus e Terror appunto, che nel 1845 partirono alla ricerca del passaggio a nord-ovest, cioè della rotta che, attraversando l’arcipelago artico canadese, collega l’Oceano Atlantico al Pacifico. La spedizione, capitanata da Sir John Franklin comprendeva 129 uomini di cui si persero le tracce dopo che le imbarcazioni si incagliarono tra i ghiacci artici. Ad oggi non sono chiare le ragioni del decesso di questi uomini, anche se il motivo più accreditato pare essere il deperimento delle scorte alimentari a causa del piombo rilasciato dai contenitori metallici.

Ci vollero altri 50 anni perché un esploratore norvegese, Roald Amudsen, riuscisse, nel 1906, dopo un viaggio durato tre anni, ad attraversare il passaggio.

Le traversie e le sofferenze che gli uomini della Erebus e della Terror affrontarono dal momento in cui le navi si incagliarono nei ghiacci possono essere solo immaginate, come ha fatto Dam Simmons con il romanzo ‘The Terror’ alla base del soggetto. Lo stesso Simmons è stato coinvolto nella produzione (di cui fa parte anche Ridley Scott).

Sebbene la nave ammiraglia fosse la Erebus, la nostra serie mette da subito al centro dell’attenzione la seconda nave, Terror, il cui capitano Francis Crozier (Jared Harris) avrà un ruolo decisivo nello sviluppo della vicenda, subentrando al comando dopo la morte di Sir John (Ciaran Hinds) e dando l’ordine, doloroso ma necessario, di abbandonare la nave.

Ma terror indica soprattutto la paura degli uomini durante l’estenuante lotta, nel freddo artico, con una creatura mostruosa assetata di corpi e di anime. Questa creatura, Tuunbaq, risponde solo ad uno sciamano e avrà un ruolo decisivo più come motore narrativo della vicenda che come apogeo dell’orrore; infatti quello che farà veramente tremare le vene allo spettatore sarà piuttosto il comportamento degli uomini ed il loro inesorabile sprofondare nella violenza e nella follia.

Ci troviamo quindi di fronte ad un racconto di sopravvissuti con ampie concessioni all’horror che, in modo accattivante per lo spettatore e visivamente perfetto, tocca una molteplicità di temi.

Il tema della morte è al centro della vicenda fin dal primo episodio, quando il Dottor Henry Goodsir (Paul Ready) accompagna un giovane marinaio nel momento del trapasso.

Non sarà l’unico commiato cui assisteremo: momenti molto diversi l’uno dall’altro, avranno ciascuno un tono particolare, riflesso dei temi che più si sono legati al proprio personaggio: la morte ironica e irriverente dell’espero di ghiacci Thomas Blancky (Ian Hart) a cui la nostra storia concede di aver scoperto da un’altura il famoso passaggio, la morte disperata di Thomas Jopson (Liam Garrigan) che, abbandonato dai compagni, cerca ancora il proprio capitano nel delirio allucinato del trapasso, la morte dello sciamano eschimese a cui la figlia (Nive Nielsen) vorrebbe consentire di spirare all’aperto, tra i ghiacci, la scomparsa dell’ufficiale/infermiere John Bridgens (John Lynch) che si lascia morire da solo, rannicchiato in posizione fetale nel deserto, stringendo il libro di poesie dell’amico (amato) Henry Peglar (Kevin Guthrie) vittima dello scorbuto.

Fra tutte le morti restano in particolare nella mente dello spettatore il modo in cui il Capitano Crozier accompagna il suo secondo e amico, Sir James Fitzjames (Tobias Menzies) e il suicidio dello stesso Dottor Goodsir che di fatto trasforma il proprio corpo, impregnandolo di veleno, in un’arma scagliata contro i ribelli che, agli ordini di Cornelius Hickey (Adam Nagaitis) non avevano escluso nemmeno il cannibalismo come strategia di sopravvivenza.

Nel momento del trapasso la coscienza del Dottor Goodsir si sofferma su tre elementi naturali: un fiore bianco, una conchiglia e una formazione minerale, dimostrazioni della sua capacità di vedere comunque la bellezza nella natura che lo circonda. Poco prima infatti il medico aveva detto al Capitano Crozier “Questo posto è bellissimo per me, se lo si guarda con gli occhi di un bambino”.

L’esplorazione dei pensieri e delle immagini che si affacciano alla coscienza dei morenti è tutt’altro che usuale, specie con questa intensità, nel panorama seriale e dimostra tutto il coraggio narrativo della sceneggiatura che sembra porre il momento del passaggio da questa vita ad un’altra al cuore della narrazione. Non ci sono indicazioni su quello che aspetta i marinai dopo, anzi alcune frasi sembrano esprimere scetticismo sulla presenza di un Dio qui o altrove, ma certo la serenità con cui alla fine gran parte dei morenti accetta la propria situazione lascia aperta la porta ad ogni tipo di ipotesi sul futuro al di là del guado.

Il tema della morte si intreccia, in tutte le sue declinazioni, con la vicenda del Capitano Crozier. Egli durante la crisi, quando gli altri iniziano a perdere la calma e le forze, rinuncia temporaneamente al comando e si chiude in un isolamento terapeutico per superare l’alcolismo in cui era caduto; in qualche modo egli deve far morire una parte di sé per poter rinascere.

La morte come passaggio, come imbuto verso un’altra dimensione, già in questa vita. Il vecchio Crozier, disposto perfino a rubare le casse di whisky contenute nell’altra nave, con l’uniforme in disordine e un cinismo corrosivo, lascia ora il posto ad un uomo che, superato l’alcolismo e ritrovata la voglia di lottare, è pronto a tutto per riportare i suoi soldati a casa. A tutto, tranne a perdere l’umanità, sia essa verso l’altro (gli eschimesi), il nemico (i ribelli) o il più debole (i soldati malati): in ciascuna situazione Crozier, come solo il Dottor Goodsir, dimostra di mettere i valori dell’umanità al di sopra dell’interesse personale e della paura. “Li ama più di Dio” dirà, riferendosi ai marinai, il suo secondo, Fitzjames.

A Crozier non sarà risparmiato il dolore: vedrà morire uno ad uno i suoi amici come i suoi nemici, percorrendo un’interminabile via crucis in cui capirà, tra brandelli di tende, monconi di corpi e malati abbandonati al loro destino che non solo i suoi marinai erano periti tra sofferenze atroci, ma che avevano smarrito il senso della pietà. Disteso in una tenda eschimese e accudito dalla giovane sciamana, egli ripeterà uno ad uno i nomi dei suoi soldati in un rosario laico che rimane impresso nella mente dello spettatore. L’episodio non a caso si intitolerà ‘We are gone’, ‘Non ci siamo più’. Se ne sono tutti andati, ma qui, a differenza della canzone di De Andrè, nessuno dorme sulla collina. Non ci sono tombe e nemmeno amici a ricordarli: la poesia dei sepolcri è lontana anni luce.

E lo è anche la società londinese, con tutti i suoi artefatti volti a stemperare la natura dell’uomo. Diceva Goodsir, cercando di giustificare alla giovane sciamano eschimese il comportamento degli altri marinai: “Non siamo così a Londra”. In una prima fase il medico-anatomopatologo sembra davvero convinto che i comportamenti riprovevoli commessi dai soldati dipendano solo dalla malattia, dalla stanchezza e dalle condizioni estreme in cui si trovano.

In ogni caso a tutti, sempre, è data la possibilità di scegliere.

Abbiamo identificato le due figure fondamentali della nostra storia nel Capitano irlandese e nell’anatomopatologo: essi compiono percorsi opposti, ma entrambi, pur comportandosi in modi differenti e per certi versi antitetici, sono tra i pochi a preservare intatta la propria umanità. “Lei non ha niente da rimproverarsi. Lei è puro. Non importa quello che le sue mani hanno dovuto fare” dirà Crozier al dottore, sintetizzando in modo mirabile quell’assenza di deliberato consenso che è requisito fondamentale del peccato nella dottrina della Chiesa Cattolica.

Crozier passerà dal ripiegamento indulgente su se stesso al comportamento di un padre disposto a tutto per i suoi figli, capace di vedere il bene e il buono in fondo ai loro occhi anche quando loro stessi non ne sono più capaci. Il cattivo capitano si preoccupa di tutti, anche degli ammutinati di Hickey e ordina di lasciar loro delle provviste; il buon dottore invece non esiterà a terrorizzare uno dei ribelli descrivendogli nel dettaglio quale sarà la sua agonia per il peggiorare dello scorbuto e arriverà al punto di sacrificarsi, cospargendosi di veleno, pur di fare del proprio corpo uno strumento di lotta contro il cannibalismo e la violenza degli ammutinati.

A più riprese e in modo non sempre univoco viene ripreso il tema del rispetto delle regole e degli ordini. Crozier era pronto il giorno della morte di Sir James ad abbandonare la nave con pochi uomini per cercare soccorso via terra, di fatto venendo meno al proprio ruolo e al proprio giuramento di fedeltà; Hickey verrà poi punito dallo stesso Crozier con una drammatica fustigazione pubblica per aver disubbidito agli ordini e non aver rispettato la scala gerarchica; nel finale il tenente Edward Little (Matthew McNulty) chiederà di disattendere gli ordini del capitano e attaccare gli ammutinati per salvarlo, ma gli altri soldati preferiranno rispettarli, lasciando così Crozier in balia dei nemici, con pochissime possibilità di salvarsi. Il già sottile confine tra scelta giusta e sbagliata per un uomo è amplificato dalla rigida organizzazione dell’esercito e mette in gioco i valori e le necessità di ciascuno.

The Terror lavora in modo straordinario con la luce, alternando le riprese negli spazi angusti della nave, con scarsa illuminazione e buio avvolgente alle distese infinite di ghiaccio, neve e pietrisco. Nero e marrone all’interno, bianco e grigio fuori. Il romanzo di Simmons a riguardo del colore bianco cita Melville. In Melville la bianchezza della balena “infonde nell’animo un timor panico maggiore del rosso, che pure ci spaventa nel sangue”. King aggiunge un altro elemento, utile per sintetizzare al meglio l’uso del bianco in questa serie: “Noi diciamo bianco perché abbiamo bisogno di una parola, ma la definizione giusta è niente”.

Del resto designare la storia artistica di un colore è tutt’altro che semplice, restando in ambito letterario l’uso del bianco ha un valore significativo non solo in Moby Dick, ma più in generale in tutta l’opera di Melville così come in due capolavori che lo hanno ispirato in modo significativo: The ryme of the ancient mariner e Narrative of A. Gordon Pym. Poe è tra i motivi di ispirazione anche per il ballo in maschera che ricorda per molti aspetti ‘La maschera della morte rossa’.

La sensazione è che la serie possa essere rinnovata, in modalità antologica, continuando a mettere al centro dell’attenzione la natura dell’uomo, descrivendone il comportamento in condizioni estreme, per loro natura le più adatte a svelare quello che si nasconde dietro la maschera.

Non so se l’abbiamo espresso in modo chiaro, ma è una serie da non perdere.

CONSIGLIATO: Agli esploratori dell’animo umano, disposti a qualche sacrificio nell’azione a favore di introspezione e approfondimento.

SCONSIGLIATO: A quanti cercano un horror tradizionale o una storia di sopravvissuti con molta azione. Ci vuole tempo e pazienza per assaporare tutto il terrore (e la bellezza) di questa serie.

VISIONI PARALLELE:
Le montagne della follia di H.P. Lovecraft. Per chi vuole continuare ad unire esplorazione delle regioni polari e horror: un classico della letteratura.

Star Trek, per il senso di amicizia virile e per il confronto con mondi diversi. Anche lì in fondo si tratta di una missione per arrivare dove nessun uomo si è mai spinto prima.

Shining di Stanley Kubrick. Sprofondare nella follia avvolti in un manto di neve bianca: vi ricorda qualcosa?

Titolo originale: The Terror
Numero degli episodi: 10
Durata media ad episodio: 1 ora
Distribuzione: Amazon

UN’IMMAGINE: Hickey che in calzamaglia sfida il freddo artico per cantare un grottesco inno nazionale inglese , immagine non solo del delirio a cui il marinaio è ormai approdato in modo manifesto, ma più in generale della derisione per la società, le sue regole e le sue convenzioni.

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