Don’t Worry. Recensione in anteprima!

Don’t Worry **1/2

John Callahan è stato un cartoonist piuttosto noto nell’America degli anni ’80. Originario di Portland, abbandonato alla nascita dalla madre cattolica, la sua vita è cambiata completamente quando, in seguito ad un incidente d’auto, è rimasto tetraplegico, costretto per tutta la sua esistenza su una carrozzina elettrica, che guidava spericolato nel traffico.

Robin Williams era stato il primo ad acquistare i diritti della biografia di Callahan per portarla sullo schermo. Van Sant ci è riuscito dopo un lunghissimo lavoro di scrittura e preparazione, durato quasi vent’anni.

Il regista di Paranoid Park, Milk ed Elephant si è concentrato soprattutto sul percorso di riabilitazione di Callahan, dopo l’incidente, quando decise di smettere definitivamente con l’alcol, affrontando così i suoi demoni, anche grazie all’aiuto del suo sponsor, Donnie, e degli altri partecipanti del gruppo degli Alcolisti Anonimi.

Il film non segue un percorso rigidamente cronologico, ma ha un andamento rapsodico, frammentato, in cui momenti della vita di Callahan si sovrappongono grazie ad un trait d’union quasi sempre emotivo.

Il film comincia proprio ad una delle sedute degli A.A. in cui una donna, Corky, racconta la sua umiliazione, i suoi errori. Poi, pian piano entriamo dentro il mondo del giovane e spiantato John Callahan, che passa le sue giornate tra tequila e sballo, nell’ultimo scampolo dei gloriosi anni ’70.

Il film ci racconta la lunga giornata del suo incidente, poi il dolore del recupero fisico e la miseria del vizio.

Accanto a lui gli assistenti sociali, la fisioterapista svedese Annu, il suo accompagnatore Tim e poi il piccolo gruppo a cui Donnie fa da sponsor negli A.A..

Se il film di Van Sant ha un limite è proprio quello di essere tutto costruito sui dodici passi del rehab, in modo sin troppo accondiscendente. Certamente il lavoro con Donnie nel gruppo di sostegno è probabilmente stato essenziale per liberare la creatività del protagonista e spingerlo a diventare un cartoonist sulfureo e divisivo. Ma questo continuo ritorno sugli step e sulle parole d’ordine degli A.A. suona un po’ forzato, soprattutto per un europeo che non ha quel riferimento rigidamente puritano nel proprio bagaglio culturale.

Certo Callahan non è uno stinco di santo e Donnie neppure: il loro percorso è ortodosso in alcuni momenti, più eccentrico in altri.  E il film di Van Sant è tutt’altro che moralista, nel suo racconto di una liberazione dalla dipendenza che diventa anche presa di coscienza di sè, costruzione della propria identità personale e professionale, accettazione del proprio ruolo, della propria storia, del proprio passato.

Se, nonostante i suoi difetti, Don’t Worry rimane un film da non perdere, lo dobbiamo soprattutto a Joaquin Phoenix, veramente sublime nella sua caratterizzazione di un uomo battuto dal destino, ma deciso a non soccombere, ironico, iconoclasta, audace. Il film lo trasporta avanti e indietro nel tempo, alla ricerca di un senso, o anche solo di un àncora a cui aggrapparsi, per non sprofondare nel dolore.

Van Sant lo aiuta ad evitare ogni eccesso sentimentale e pietistico, creando invece un personaggio vero, capace di vivere davvero sullo schermo e in platea: certo, il percorso classico dall’inferno al paradiso è comune a molte storie, ma grazie anche all’ironia di Callahan e al suo vitalismo, il film supera anche il ricatto dei cliché.

Don’t Worry appartiene a quella nicchia nella filmografia di Van Sant in cui ci sono anche Good Will Hunting, Scoprendo Forrester, Milk, L’amore che resta, ovvero film più tradizionali nella messa in scena, spesso nati a partire dalla biografia di un personaggio realmente esistito, portatori di un messaggio umanista, genuinamente democratico, inclusivo.

Il classico film da cineforum autunnale. In Italia uscirà il 29 agosto 2018.

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