I fantasmi d’Ismael

I fantasmi d’Ismael **

Ismaël Vuillard makes films. He is in the middle of one about Ivan, an atypical diplomat inspired by his brother. Along with Bloom, his master and father-in-law, Ismaël still mourns the death of Carlotta, twenty years earlier. Yet he has started his life over again with Sylvia. Sylvia is his light. Then Carlotta returns from the dead. Sylvia runs away. Ismaël rejects Carlotta. Driven mad by these ordeals, he abandons the shoot for his family home in Roubaix. There, he lives as a recluse, besieged by his ghosts.

Il nuovo film di Arnaud Desplechin, che ha aperto il 70° Festival di Cannes, è un dramma borghese romantico e pieno di cinema, che vive di molte anime al suo interno, in una confusione che alla lunga prende il sopravvento sulle intenzioni dei suoi autori, travolgendo di noia anche lo spettatore più bendisposto.

Al centro di tutto c’è Ismael Vuillard, un cineasta impegnato a girare un film che ancora non ha terminato di scrivere, su un giovane diplomatico, Ivan Dedalus, di cui si sono perse le tracce.

Il regista vive con Sylvia, un’astrofisica che ha conosciuto da poco, ma la sua relazione è turbata dal ritorno improvviso di Carlotta Bloom, la sua prima moglie, figlia di un notissimo documentarista ebreo,  Henri, di cui si prende cura e venera al tempo stesso e che accompagna durante le retrospettive in giro per il mondo.

Carlotta era scomparsa venti anni prima senza lasciare tracce e da otto anni è stata dichiarata morta.

Le riprese del film vanno a rilento, fino a quando il regista abbandona il set, spingendo il suo produttore a cercarlo tra Parigi e Roubaix, la sua città natale.

Il personaggio di Dedalus – un nome che ritorna costantemente in tutto il cinema di Desplechin – è ispirato al fratello d’Ismael, che tuttavia non è scomparso nè morto, come pretende di far credere il regista al produttore, per giustificare il suo crollo emotivo.

Il film è caotico e affastellato come ben si comprende anche da questa sommaria sinossi, tuttavia nell’affresco a più voci, dipinto da Desplechin con la solita eleganza, manca davvero un motivo. Tutti i personaggi sembrano muoversi su una scena e non nel vita reale, c’è una costante sensazione d’artificio nelle svolte narrative e i dolori di questo giovane Werther mai cresciuto, di nome Ismael, ci appaiono sempre più indifferenti, via via che il film procede.

La sua ossessione per gli incubi notturni di cui non siamo mai messi a parte, il suo dividersi tra due donne bellissime e appassionate, la sua confusione sentimentale e personale, che si riversa sul suo lavoro creativo, costantemente interrotto: sono tutte cose viste molte volte, che qui sembrano richiamate da Desplechin come se fossero strumenti di un artigiano senza idee, che cerca di portare a termine il suo lavoro più con il mestiere che con la creatività.

Il film nel film, interpretato da Garrel e dalla Rohrwacher, è insopportabile fino allo sfinimento e fortunatamente Desplechin ne centellina le scene, limitando le digressioni sino a renderle comunque del tutto irrilevanti ed accessorie nel suo racconto.

Ma anche il dualismo tra Sylvia e Carlotta nasce da una premessa talmente spiazzante e inverosimile, che sembra uscita proprio dalla penna di uno sceneggiatore. La Rampling e la Cotillard soffrono e s’offrono generosamente davanti allo schermo, ma i loro ruoli sono davvero quelli di due fantasmi, necessari, ma impalpabili nella vita di un Ismael, che Amalric interpreta da manuale del regista tormentato, con barba di tre giorni, capelli lunghi spettinati, occhi strabuzzati e vestiti stropicciati.

Purtroppo nella filmografia di Desplechin, questo I fantasmi d’Ismael è probabilmente il film meno interessante e compiuto, sembra quasi un’opera scritta e girata senza la necessaria riflessione, che fa del suo stile una maniera un po’ troppo facile e risaputa.

La libertà della messa in scena e dei piani temporali e narrativi sembra più compiaciuta che necessaria, come nella scena in cui Ismael cerca di convincere il suo produttore che la chiave del suo film si veda, in modo chiarissimo ed evidente, in un quadro di Pollock, finendo lui stesso per confondersi e contraddirsi.

Dopo I miei giorni più belli, probabilmente il suo capolavoro più sincero e struggente, I fantasmi d’Ismael appare ancor più modesto e pasticciato di quanto non sia: una fantasia un po’ supponente, velleitaria, che si dilunga nella versione originale, per quasi due ore e venti minuti e finisce schiacciata anche dalle proprie ambizioni irrisolte.

Desplechin come Ismael sembra aver perso il filo della sua frenesia.

Tuttavia la distribuzione italiana farà uscire in sala un diverso montaggio, più corto di venti minuti, centrato sul triangolo amoroso fra i personaggi e più sfumato sul coté intellettuale e sui rovelli artistici di Ismael: come spesso accade l’occhio più distaccato del produttore riesce ad intravvedere nel montaggio di un film, la sua parte migliore.

Speriamo che sia accaduto lo stesso anche questa volta.

Annunci

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.