L’uomo sul treno

L’uomo sul treno **1/2

Negli ultimi dieci anni, Liam Neeson ha scelto di seguire registri molto diversi, alternando i suoi ruoli nel cinema d’autore con Nolan, Haggis, Scorsese, Bayona e Egoyan, alle commedie demenziali di Seth MacFarlane e Adam McKay, ai thriller d’azione, nei quali cucirsi i panni dell’eroe per caso, riluttante ma determinato, in due serie curiosamente assegnate a registi europei: la linea francese parte infatti da Taken di Pierre Morel e quella spagnola comincia invece con Unknown – Senza identità di Jaume Collet-Serra.

La collaborazione con il regista di origini catalane è stata particolarmente feconda: L’uomo sul treno è il loro quarto film assieme ed è certamente il più raffinato ed efficace dal punto di vista stilistico e spettacolare.

Il protagonista è Michael McCauley, un ex poliziotto, che da dieci anni fa l’assicuratore e vive con la sua famiglia fuori New York. Il figlio è stato ammesso ad un’università privata e i soldi non bastano mai. Tutte le mattine prende il treno per raggiungere la grande mela.

Quando il suo capo lo licenzia bruscamente, il mondo gli cade addosso. Non ha il coraggio di confessarlo alla moglie e l’unico conforto lo trova in un ex collega, il poliziotto Alex Murphy.

Ripreso l’affollatissimo treno per rientrare a casa, viene avvicinato da una donna misteriosa, che gli propone quello che sembra un gioco innocuo, ma in realtà si rivelerà un vero e proprio incubo. Deve trovare sul treno una persona che si fa chiamare Prin ed è diretta a Cold Springs. La donna gli fa trovare 25.000 dollari in uno dei bagni del vagone e gliene promette altri 75.000 se riuscirà a mettere un localizzatore nella borsa del passeggero, dopo averlo identificato.

Allettato dalla proposta in denaro, ma riluttante per le minacce che pian piano cominciano ad accompagnare la sua ricerca, Michael si trova a dover fare i conti con una situazione che degenera di minuti in minuto e con forze molto più grandi di lui.

Non vi diremo di più perchè il lavoro dei due sceneggiatori Byron Willinger e Philip de Blasi è immersivo, teso e convincente.

Collet-Serra sceglie una regia meno concitata e ipercinetica, rispetto ai tre film precedenti, si concede un inizio molto elegante, con una serie infinita di ellissi temporali, che raccontano la routine del pendolare e i suoi affanni familiari, in modo dinamico, intelligente. Quando poi il film si rinchiude all’interno delle quattro carrozze del treno, prevalgono la suspence, la tensione narrativa e l’ansia scandita dalle fermate e dal tempo sempre più scarso, che Michael ha a disposizione, per risolvere la caccia all’uomo e salvare se stesso e la sua famiglia.

Michael è il solito personaggio comune trascinato in circostanze fuori dall’ordinario. E’ anche un ex poliziotto che ha messo da parte la violenza della sua vita precedente, ma è costretto a recuperare quel codice di comportamento, quelle abilità, non solo fisiche, ma anche di detection, perchè scovare il passeggero richiede un’indagine non così banale.

Alle prese con una sceneggiatura che non perde un colpo, pur senza brillare di grande originalità, ma mostrando un mestiere solido e conoscenza del genere, Liam Neeson può dare sfoggio alla sua vena di eroe tutto casa e famiglia, conservatore fin nel midollo, ma con la schiena dritta, un’idea precisa della vita e di quello che è sacrificabile per raggiungere i propri obiettivi.

Tra la classicità asciutta del western metropolitano e l’adrenalina tipica di un B movie, il film di Collet-Serra è il prodotto perfetto per un sabato sera cinematografico. E’ quell’onesto cinema di genere che Hollywood spesso si dimentica di saper fare meglio di chiunque altro.

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