Una donna fantastica

Una donna fantastica ***

Presentato al Festival di Berlino lo scorso mese di febbraio, premiato con l’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura e poi candidato dal Cile all’Oscar per il miglior film straniero, Una donna fantastica è il quinto film del regista cileno-argentino Sebastian Lelio.

Dopo il successo di Gloria, che alla Berlinale nel 2013 aveva vinto il premio per la migliore attrice grazie all’interpretazione coraggiosa e anticonformista di Paulina Garcia, Lelio ha potuto lavorare in tutta tranquillità, anche grazie alla produzione dei fratelli Larrain,  ad un altro ritratto femminile inconsueto, struggente, lontanissimo da ogni clichè di genere.

Una donna fantastica è melò attraversato da una tensione emotiva costante, che sarebbe piaciuta molto all’Almodovar di fine anni ’90.

La protagonista è Marina, una giovane cantante, che sbarca il lunario lavorando come cameriera. E’ il giorno del suo compleanno e il compagno Orlando, molto più grande di lei, la porta fuori a cena. Tra i due la passione è ancora molto forte.

Nella notte però Orlando si sente male. La corsa in ospedale è inutile. Marina è costretta così a confrontarsi con la polizia, con la diffidenza dei medici e con la famiglia di Orlando: il fratello, la prima moglie, il figlio.

Il fragile equilibrio sentimentale e psicologico su cui Marina si era ricostruita una nuova identità non solo sessuale, va improvvisamente in frantumi. E’ costretta a restituire la macchina, l’appartamento in cui viveva con Orlando.

Le sue notti sono affollate di incubi e visioni, la diffidenza delle autorità si trasforma a poco a poco in una sottile violenza istituzionalizzata. I suoi sentimenti vengono indagati, volgarizzati, negati.

La famiglia non la vuole in chiesa e neppure al cimitero: della sua relazione con Orlando non le rimane che il ricordo.

Il film di Lelio riesce a mantenersi in un miracolo equilibrio tra i toni del thriller psicologico e quelli dei un melodramma sull’abbandono e sulla ricerca di sè.

Acceso dalla luce calda e cromaticamente densa della fotografia di Benjamín Echazarreta, il film è un ritratto malinconico e crudele di un amore impossibile, che la morte finisce per negare del tutto.

Il perbenismo borghese e la burocrazia statale non sentono ragioni. Meglio occultare quello che non può essere compreso, se non come una perversione capricciosa. L’identità sessuale incerta di Marina diventa così lo specchio deformato della propria ipocrisia, in cui nessuno vuole davvero riconoscersi.

Eppure la protagonista – umiliata e offesa con toni non esplicitamente intolleranti e omofobi, ma per questo ancor più subdoli e malevoli – non si perde mai d’animo, continuando a prendere a pugni il pungiball che si tiene in casa.

Marina vorrebbe solo poter vivere il proprio lutto, senza nascondersi, affermando il suo diritto ad esistere davvero.

Basterebbe la scena bellissima della sauna, in cui alzando e abbassando l’asciugamano, Marina riesce a passare inosservata da uno spogliatoio all’altro, per raccontare la sua determinazione silenziosa, la sua scelta di essere solo se stessa.

Ed è proprio questa identità sfuggente, quello che terrorizza la moglie e il figlio di Orlando.

Eppure Marina sa benissimo chi è e sa quello che vuole: alla fine di tutto, troverà la forza di tornare ancora una volta sul palco, a riprendersi il ruolo, anche pubblico, che ciascuno avrebbe voluto negarle.

Una donna fantastica è un piccolo gioiello di eleganza formale, che occulta dietro le sue forme sinuose, ma geometricamente esatte, una temperatura interiore altissima e uno spirito fiammeggiante.

Uno dei film migliori dell’anno e una grande lezione di cinema, che arriva ancora una volta dal Cile.

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