Spielberg

Spielberg ***1/2

Steven Spielberg è stato il regista più influente di una generazione leggendaria, quella della New Hollywood, dei Movie Brats, dei ragazzi che si sono fatti le ossa alla tv e nelle università, cinefili capaci di abbracciare il cinema classico americano, lo sperimentalismo e l’audacia degli autori di mezzo, da Kubrick a Cassavetes, e allo stesso tempo le nouvelle vague europee e i grandi maestri degli anni ’60: Fellini, Antonioni, Bergman, Kurosawa.

Chi ha avuto l’avventura di nascere negli anni ’70, è stato accompagnato dai suoi film nel corso di tutta la propria esistenza: è stato spaventato  a morte dallo squalo, illuso dagli incontri ravvicinati, travolto dall’archeologo scanzonato in rotta coi nazisti, poi accompagnato in un lungo viaggio nella storia e nella coscienza americana, dalle navi che trasportavano gli schiavi, passando per le battaglie Lincoln, fino ad arrivare alla seconda guerra mondiale, alle olimpiadi di Monaco ’72 e alla Guerra Fredda, senza dimenticare il grande spettacolo dei dinosauri di Isla Nublar, la fantascienza di Dick e quella di Wells e le avventure agrodolci di uomini senza patria e senza identità.

Con la Amblin prima e con la Dreamworks poi ha plasmato l’immaginario di almeno quattro decadi, scoprendo talenti, sostenendone il lavoro, offrendo opportunità a moltissimi.

La HBO e Susan Lacy hanno deciso di celebrare con qualche settimana di anticipo i cinquant’anni di attività del maestro, che proprio nel 1968 realizzava il famoso e decisivo cortometraggio Amblin’, che gli avrebbe aperto le porte degli Universal Studios, con un documentario assolutamente imperdibile.

Imperdibile non solo per gli appassionati del regista di E.T., ma per tutti quelli che hanno a cuore il cinema americano e i suoi protagonisti.

Se il film della Lacy si apre e si chiude con le immagini di Lawrence d’Arabia, il film preferito di Spielberg, quello decisivo per la sua ‘chiamata’, il racconto è punteggiato da interviste imperdibili e da super 8, con tutti i compagni di strada degli anni ’70: Francis Coppola, George Lucas, Brian De Palma, Martin Scorsese.

Le immagini private rubate allora, i ricordi dal set e dalle proiezioni casalinghe di questo piccolo gruppo di amici rendono il documentario una testimonianza unica di un’epoca irripetibile e fortunata.

Eppure il film è tutt’altro che apologetico: la Lacy non si sofferma su tutti i film, ma opera delle scelte chiare, non nasconde i fallimenti artistici e commerciali, non nega gli eccessi sentimentali delle sue opere, aiutata dalle parole di uno Spielberg mai così sincero, riflessivo, capace di raccontare se stesso, la propria infanzia, il divorzio dei genitori, l’influenza della religione e delle donne sul suo modo di fare cinema, le sue ossessioni, i suoi amori.

Molti dei suoi attori e dei collaboratori storici hanno partecipato a definire il profilo di un artista sensazionale, un regista assoluto, capace di uno sguardo istintivo: Richard Dreyfuss, Leonardo Di Caprio, Harrison Ford, Liam Neeson, Tom Hanks, Christian Bale, Cate Blanchett, Daniel Day Lewis, il compositore John Williams, il montatore Michael Kahn, il direttore della fotografia Janus Kaminski e altri ancora.

Il lavoro della Lacy prova a dare un senso personale e biografico ad ogni epoca del grande racconto epico di Spielberg: i turbamenti dell’infanzia, il senso di inferiorità culturale, la passione per il cinema fantastico, il trauma della separazione dei genitori, l’incontro decisivo con Sid Sheinberg, la gavetta televisiva, il senso ritrovato della propria identità ebraica, la grande famiglia allargata che Kate Capshaw ha creato attorno a lui, il grande idealismo democratico e la passione per la storia americana e i suoi eroi ordinari, costretti in situazioni straordinarie.

La grande capacità analitica del regista, la sua infinita modestia e il contributo decisivo dei suoi collaboratori contribuiscono a definire i confini di un’opera maiuscola, appassionante, persino commovente.

Tante volte in questi ultimi anni abbiamo ritrovato in sala e sul piccolo schermo pallide imitazioni del cinema spielberghiano degli anni ’80, della sua impronta avventurosa, del suo spirito fanciullesco, con l’inevitabile corollario ipocrita e zuccheroso della nostalgia, per gli anni spensierati e complici dell’infanzia.

Il documentario della Lacy contribuisce finalmente a segnare la distanza abissale che corre tra l’originalità dell’ispirazione spielberghiana, la sua natura personale, intima, autobiografica, il dolore profondo da cui nasceva e la pochezza vuota di chi oggi si limita a scimmiottarne gli stilemi, le forme, i caratteri, in un’opera di pura exploitation.

Il rifiuto del contesto storico e politico degli anni ’80 si univa allora ad una continua ricerca di sè e delle radici della propria identità personale e familiare, trovando nel suo cinema una sintesi poetica e fantastica impareggiabile.

Janet Maslin del New York Times e altri critici contribuiscono al racconto con le loro riflessioni. Viene citata anche la recensione che Pauline Kael scrisse nel 1974, in occasione del film d’esordio di Spielberg, Sugarland Express.

Ma è Daniel Day Lewis, alla fine, a riassumere il senso di una vera e propria vocazione, che si alimenta grazie ad un talento naturale e una dedizione assoluta: “until the day he dies, he will be doing work that he feels viscerally compelled to do”.

Non è un caso allora che nei prossimi tre mesi torneremo ancora una volta in sala, per scoprire i nuovi The Post e Ready Player One, i due film su cui Spielberg ha lavorato nel corso dell’ultimo biennio.

Nel frattempo recuperate questo bellissimo documentario. Non ve ne pentirete.

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