The Handmaid’s Tale: un racconto per riprenderci il presente

Chiudi la tua applicazione e pensi che la sensazione di freddo che ti è rimasta addosso passerà tra qualche minuto. Ma non è così semplice e te ne accorgi dopo, un’ora o un giorno, comunque quando meno te lo aspetti, nel momento in cui ti guardi attorno e ti scopri a pensare che questa nostra società, in apparenza così definitiva, non è in realtà che qualcosa di precario. Lasciamo da parte il femminismo, che pure è una chiave di lettura. La Moss ha dichiarato: “Onestamente, per me non è una storia femminista. È una storia umana perché i diritti delle donne sono diritti umani… Non ho mai avuto l’intenzione di interpretare Difred come una femminista”, ma il personaggio le è rimasto talmente dentro che poi ha iniziato a fare donazioni per la ACLU (Unione Americana per le Libertà Civili) e per i consultori Planned Parenthood (un’organizzazione non governativa che si occupa di assistenza per abusi sessuali).

Personalmente preferisco pensare alla questione del genere come ad una lente per raccontare il totalitarismo e più in generale per affrontare uno dei temi che il Novecento ha veicolato, previa qualche piccolo adattamento di contesto, nel nuovo millennio e cioè il tema del potere. La rilevanza di questo tema è evidente in tutta la serie, non solo a livello di contenuti, ma anche di sintassi cinematografica. L’analisi delle singole inquadrature e della loro successione dimostra infatti un linguaggio filmico sul tema paragonabile per icasticità solo ad House of Cards.

A distanza di tempo riemergono, come cocci sulla battigia, le parole ripetute dalle ancelle, le loro frasi tratte dalla Bibbia, frutto ed espressione di un fondamentalismo religioso utilizzato come formidabile strumento politico. Sono cadenzate come una litania, immutabili, sincopate, ma soprattutto sono sempre le stesse parole: pronunciate spesso senza emozione, in più di un’occasione consentono invece di far emergere quell’umanità che ancora sopravvive in tutte le ancelle e in ciascuna. “Ci hanno fatto diventare un esercito” dirà Difred, perfetta didascalia per un’inquadratura in campo lungo delle ancelle disposte su due file.

La ripetizione, la standardizzazione, la soppressione di ogni diversità e di ogni libertà sono al centro dell’esistenza nella Repubblica di Gilead. E’ vietato ricordare il proprio passato e quindi anche raccontarlo. In tutti i regimi i valori dell’uomo trovano sempre e comunque il modo di manifestarsi, anche solo in piccole cose, tra cui, appunto, il tono con cui vengono pronunciate le parole. E se un tono può abbattere un muro, ancora di più lo può un’espressione. Ed ecco quindi la scelta di far parlare i volti. Difficile trovare un cinema così carico di emotività nei volti, negli sguardi, nelle espressioni. Ogni viso è una tavolozza che l’autore dipinge con maestria, incorniciata dalle ali bianche, cuffie d’altri tempi che fanno da paraocchi e nascondono lo sguardo. Era da tempo che non si apprezzavano riprese così radicali e la conseguenza non poteva essere che l’Emmy Awards come miglior attrice per un’ottima Elizabeth Moss (Difred). I momenti che suscitano più emozione sono proprio quelli in cui emerge la potenzialità di riscatto, avvenga essa in una piccola o in una grande cosa, sia visibile al mondo (il rifiuto di lapidare Janine) oppure nascosta dentro la porta di una stanza (la scritta Nolite te bastardes carborundorum, incisa nello stipite dell’armadio a muro dall’ancella che ha preceduto Difred nella casa del comandante Waterford).

Certo il primo impatto con The Handsmaid’s tale non è dei più semplici. I lunghi silenzi, la scelta del voice over straniante, gli avvenimenti che sono sospesi in un tempo e in uno spazio di difficile collocazione (passato o presente? Reale o immaginario?); se poi aggiungiamo la regia fatta di primi piani alternati a piani lunghi e inquadrature a piombo non ci meraviglia il fatto che qualcuno possa aver desistito dalla prosecuzione dopo la prima ora di programmazione. Ma quanti hanno proseguito si sono imbattuti in un racconto con la capacità di centellinare le informazioni, facendo apparire il territorio passo dopo passo, senza strappi, alternando con equilibrio il tempo presente e quello passato, scandito da flash back con una propria identità ben delineata sia nella fotografia che nella scelta musicale, con il ricorso frequente a brani contemporanei per mettere l’accento sulla continuità temporale tra il nostro oggi e il tempo perduto delle ancelle.

Il racconto interiore è espresso tramite un voice over misurato, ben gestito e irrinunciabile: proprio la rinuncia al voice over è stato uno dei punti di maggior debolezza della trasposizione filmica del 1990, quella con sceneggiatura di Pinter e regia di Schlöndorff, per intenderci. Ma ancora una volta non è solo questione di scelte drammaturgiche, ma di strumento narrativo. La serie sembra poter dare il giusto respiro alla storia, consentendo anzi di approfondire e dare piena dignità anche a personaggi meno rilevanti nel testo scritto come Diwarren (Madeline Brewer) o la signora Waterford (Yvonne Strahovski). La serie cerca di tradurre la prosa di Margaret Atwood in uno stile cinematografico ben definito: tanto quanto la prosa è scarna e lucida, così le inquadrature sono essenziali. Anche in questo caso, come avviene ormai con una certa frequenza, l’autore del libro ha partecipato alla realizzazione del film in veste di consulente.

Consigliata a tutti, previa qualche discreto sacrificio di adattamento iniziale e la capacità di tollerare una dose massiccia di deprivazione. Guardare questa serie e toccare con mano il peggiore dei mondi possibili ci serve per capire e difendere quello in cui viviamo.

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