Blade Runner 2049

Blade Runner 2049 ***

Il capolavoro firmato da Ridley Scott è stato un’opera seminale e decisiva, capace di influenzare molte generazioni di cineasti e di appassionati, fin dal suo primo apparire sugli schermi, il 25 giugno 1982, all’alba del cinema postmoderno e dell’avvento dell’homevideo.

Blade Runner ha avuto molte vite e ancor più padri: Philip Dick, dal cui romanzo del 1968, Do androids dream of Electric Sheep?, tutto ha avuto origine, passando per l’attore televisivo Hampton Fancher, che ne scrisse il primo adattamento, Dangerous Days, quindi Michael Deeley il produttore inglese, che cercò di portare il romanzo sullo schermo a tutti i costi, e naturalmente il visionario Ridley Scott, allora astro nascente, dopo il successo de I duellanti e Alien, che tuttavia non amava molto il copione originale e non voleva rifare un altro film di fantascienza, e che si convinse solo dopo che David Webb Peoples riscrisse la sceneggiatura, in modo da poter girare “un film ambientato tra quarant’anni, con lo stile di quarant’anni fa”.

Protagonisti dell’aura di culto cresciuta attorno a Blade Runner furono anche le musiche eteree di Vangelis, rimaste inedite e pubblicate solo dieci anni dopo l’uscita del film, gli effetti speciali di Douglas Trumbull e il look futurista di Syd Mead, la fotografia di Jordan Cronenweth, che immerse i protagonisti del film in una Los Angeles orientale, nera come una una notte senza fine, battuta dalla pioggia ed in cui la luce si faceva strada solo con tagli obliqui, improvvisi e repentini. Non meno determinanti furono poi l’oscuro sceneggiatore televisivo, che scrisse tutta la voce off chandleriana del personaggio di Deckard – che i produttori imposero a Scott, assieme ad un nuovo finale, dopo le disastrose anteprime di Dallas e Denver del marzo 1982 – e infine Rutger Hauer, che improvvisò quasi interamente il monologo finale, divenuto celeberrimo e citatissimo.

Almeno cinque sono state le diverse versioni del film, autorizzate dal regista e dalla produzione, compresa una director’s cut nel 1992 e una final cut nel 2007.

Blade Runner era un film di infinite solitudini e di domande irrisolte, di silenzi spettrali e di malinconie profonde. I replicanti, come angeli caduti, prendevano coscienza di sè e della propria mortalità, ribellandosi al loro creatore, Eldon Tyrell. Il finale aperto, scelto da Scott, chiudeva il film su una nota ancora più incerta e tragica.

La sua eredità culturale e artistica è ancora oggi determinante e la sola idea di rimetterci mano, trentacinque anni dopo l’originale, sembrava un azzardo per chiunque.

Ma non per Ridley Scott e per Hampton Fancher, che si sono rimessi al lavoro, scrivendo una nuova storia, che comincia esattamente trent’anni dopo la fuga di Deckard e Rachel, ed affidandone la regia a Denis Villeneuve, uno di quei registi, capaci di creare con stile personalissimo e radicale, un proprio mondo visivo ed emozionale.

Los Angeles 2049 è protetta dalla furia dell’oceano, grazie ad un enorme diga. Un blackout elettromagnetico ha cancellato tutti i dati digitali e azzerato gran parte della tecnologia esistente. La Tyrell Corporation è fallita, ma un altro creatore visionario, Niader Wallace, ha ripreso a produrre, dopo un bando durato dieci anni, nuovi androidi, i Nexus 8.

L’agente K della sezione ‘blade runner’ della polizia di Los Angeles ha il compito di tenere sotto controllo i vecchi replicanti ancora in circolazione, per ritirali definitivamente: è lui stesso un replicante della nuova specie, algido, inflessibile, obbediente: un esempio per il capo della polizia, Madame.

Nel corso di una missione, scoprirà tuttavia un segreto, che affonda le sue radici in un passato lontano e che può minare le fondamenta di quello che resta della civiltà umana, cambiando per sempre un mondo in rovina, che si regge ormai solo sullo sfruttamento di una forza lavoro androide, sottomessa e schiavizzata.

K vive con un ologramma, Joi, uno dei prodotti della Wallace Corp., una donna capace d’amore, di comprensione, persino di superare l’immaterialità incorporea a cui è condannata.

E’ proprio Joi a spingere K a scavare nei frammenti perduti del passato, mettendosi sulle tracce di un altro agente della ‘blade runner‘, Rick Deckard, scomparso molti anni prima.

Come nell’originale, all’inizio c’è un occhio che si apre, un’iride che guarda il panorama di Los Angeles: allora erano nero e fiamme a prevalere, oggi è un bianco asettico, nebuloso.

Il film di Villeneuve è altra cosa, rispetto a quello originale, lo contiene però, lo custodisce, ma non può che prenderne le distanze, rinnovandone gli interrogativi eterni, in una chiave materna, femminile.

Il regista canadese ha dichiarato, a proposito dell’eredità culturale del film originale, che “Blade Runner è come una chiesa“: se questo è vero allora, come ha scritto giustamente Fabrizio Tassi, “quello era il mito, questa è la sua teologia”. 1

Villeneuve non cerca in alcun modo di richiamare le scelte di Scott, sin dall’inizio è chiaro che 2049 è il suo film, con la sua sensibilità, il suo stile, le sue ansie, il suo sguardo su un mondo nuovo.

Anche il nuovo film vive, tuttavia, più di silenzi e di vuoti, che non d’azione. Anzi, i puri momenti action, riservati quasi tutti al personaggi di Luv, il braccio operativo di Niander Wallace, sono l’unica cosa davvero stonata e prevedibile del film.

Sono passati trent’anni, la città si è trasformata, il blackout e la carestia hanno sconvolto quel simulacro di vita sulla Terra, che ancora sopravvive. La civiltà si è forse trasferita sulle colonie extramondo.

Ma il passato tormenta ancora chi è rimasto: Wallace innanzitutto, che insegue il mito-Tyrell, senza riuscire ad eguagliarlo; la polizia che vuole mantenere l’ordine sociale, mantenendo in vita un confine ideale, tra umani e androidi, che è sempre stato sfumato e poroso; i vecchi replicanti fuggiti e sopravvissuti, che custodiscono la testimonianza di un ‘miracolo’ e l’agente K che comincia a dubitare di sè, del suo destino e delle sue origini.

Se il film di Scott era un’elegia malinconica di solitudini capaci di riconoscersi e di salvarsi assieme, ora invece ci accorgiamo che anche quella fuga non era che un’illusione momentanea. I personaggi di 2049 sono ancora più isolati, dispersi nel ricordo di sè, di quello che è passato o di quello che forse è stato solo immaginato da altri, per loro.

Blade Runner era un film sulla forza salvifica dell’incontro, sulla brama di vivere, capace di superare ogni differenza e ogni statuto identitario, in nome di una comune umanità.

2049 è invece la ricostruzione del passato, attraverso i frammenti sopravvissuti, di un sentimento che ha dovuto sacrificare se stesso, per poter sopravvivere. Deckard e Rachel si sono amati davvero, sono fuggiti insieme, ma quello che resta del loro amore è una sorta di tesoro nascosto, che attende il momento giusto, per essere recuperato e portato alla luce.

I replicanti sognano ancora di poter vivere senza limiti, ma custodiscono un simulacro capace di far crollare qualunque resistenza.

Un simulacro che è al centro anche delle ricerche di Niander Wallace, incapace di raggiungere il talento creativo di Eldon Tyrell. Le sue opere sono macchine obbedienti, ragazze disponibili, replicanti spietati, tutti impegnati a fare cose che gli uomini non vogliono più fare.

Eppure anche loro sono capaci di uscire dal copione, di mettere in dubbio il proprio statuto ontologico, come dimostra l’ologramma Joi, o, in fondo, lo stesso K, assai meno obbediente e insensibile di quanto possa credere il suo capo, Madame.

Ed è proprio il rapporto di tenerezza e complicità assoluta tra Joi e K – che pure richiama in modo evidente i temi già affrontati da Spike Jonze nel suo Lei che diventa vitale nell’economia del film, per ricordarci come Blade Runner sia in fondo un racconto profondamente umanista, di sentimenti assoluti, di malinconie profonde, di gesti grandi.

2049 approfondisce e amplifica le suggestioni già presenti nell’originale, ampliandone lo spettro ed aggiornandolo ad ansie ed interrogativi contemporanei, tra desideri insopprimibili di maternità, intelligenze artificiali e limiti dell’ingegneria genetica.

In fondo il cinema stesso è un replicante, una macchina ibrida di tecnologia e umanità, capace di trasmettere sentimenti, suscitare emozioni. Scott l’aveva compreso perfettamente ed aveva usato il noir espressionista, la sua cultura visiva e gli echi della fantascienza adulta di 2001, per creare un microcosmo completamente artificiale, nel quale i personaggi non potevano che chiedersi cosa fosse davvero reale.

2049 racconta un’altra storia: ma l’idea che il passato di tutti, non solo quello dei replicanti, sia diventato un enorme archivio labirintico di reperti casuali, schegge, frammenti, incapaci di restituire una verità, è la grande intuizione di Villeneuve, che consente ai suoi personaggi di muoversi senza certezze, in una ricerca che non è solo fisica, ma anche psicologica e identitaria.

2049 non ha timore di prendersi tutto il tempo necessario, per consentire agli spettatori di immergersi nel racconto, per comprendere il ruolo dei nuovi personaggi e le dinamiche che reggono il loro mondo.

Poi, nella seconda parte, il film vive di continue agnizioni ed epifanie: sin dalla clamorosa scena d’amore tra Joi, K e la prostituta Mariette, fino ad arrivare all’incontro tra i due ‘blade runner‘, nel grande set di Las Vegas bombardata, con quelle figure femminili enormi, che richiamano il lavoro di Bilal, e con le grandi sale dei casinò, in cui il passato continua a manifestarsi, come uno show senza fine.

Memorabili anche l’interrogatorio nella sala della Wallace Corp., che sembra accogliere i personaggi in una sorta di ventre materno, amniotico e scuro, e l’antro bianco e lattiginoso in cui vive la creatrice di sogni, un luogo in cui realtà e rappresentazione si nutrono di una vita mai davvero vissuta.

Ricco di suggestioni bibliche e capace di raccogliere ed elaborare l’eredità degli ultimi trent’anni di fantascienza cinematografica, Blade Runner 2049 ha i suoi unici limiti nella scrittura drammatica: non tutto è all’altezza dello sguardo di Villeneuve ed alcune scelte narrative suonano piuttosto convenzionali.

In alcuni momenti, purtroppo, si avverte quell’ansia tipica dei grandi film hollywoodiani di oggi, di voler spiegare tutto, di non lasciare nulla alla fatica dello spettatore, di voler mettere i sottotitoli a pensieri e interrogativi, che dovrebbero rimanere invece solo suggestioni.

Luv, in particolare, nella parte del villain bidimensionale, senza dubbi e remore, sembra sempre fuori posto nell’universo di Blade Runner. Altrettanto impalpabile è il nuovo creatore, Niander Wallace, a cui il film dedica solo un paio di scene.

Le musiche di Hans Zimmer, che ha sostituto in extremis il talentuoso islandese Johann Johannson, sono piuttosto svogliate e, nella loro ansia di ripercorrere strade già battute da Vangelis, appaiono assai poco coraggiose.

Un saggio a sé meriterebbe il lavoro di Roger Deakins, maestro d’illuminazione quasi senza rivali, nel panorama americano, che anche questa volta regala al film la sua sensibilità coloristica, i suoi controluce, la sua audacia stilistica: basterebbe la lunga sequenza di Las Vegas per comprenderne la bravura commovente.

Impeccabile il contributo degli interpreti: Ryan Gosling, assolutamente perfetto in un ruolo che richiedeva di interiorizzare ogni sentimento e Harrison Ford, che qui ci regala il migliore dei suoi molti ritorni, anche grazie alla parsimonia con cui Villeneuve decide di utilizzare il suo personaggio.

La sorpresa più grande viene però dalla cubana Ana de Armas nel ruolo di Joi, che appare non solo nell’intimità con K, ma anche nelle enormi pubblicità olografiche, che animano la Los Angeles del 2049.

Il rapporto tra il film originale e il suo sequel è forse paragonabile a quello dei suoi due protagonisti, prima che si incontrino di persona: coraggioso e ribelle Deckard, più docile e obbediente K.  Ma poi, dopo essersi scontrati, le cose cambieranno, tra di loro e anche per 2049.

Villeneuve continua a inventare cinema, in scala sempre più grande, e ad interrogarsi sulla natura umana e sui suoi limiti filosofici ed esistenziali, dal deserto dello Utah del suo esordio con Un 32 août sur terre, sino a questo radicale e imperfetto, titanico e umanissimo Blade Runner 2049, capace di dipingere un mondo, che ha sostituito la realtà più cupa con un ricordo digitale, incorporeo e virtuale, nel quale tuttavia ci si può ancora sorprendere della pioggia che bagna la faccia e di un fiocco di neve, che si posa leggero, sul palmo di una mano.

  1. Fabrizio Tassi, Blade Runner 2049, Cineforum online.
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