Venezia 2017. Suburbicon

Suburbicon ** 1/2

Nera, nerissima questa Suburbicon. Nera di violenza, di razzismo, di stupidità.

E rossa anche. Rossa come il sangue che scorre, senza sosta. E senza senso.

Il film di George Clooney, uno dei migliori della sua carriera di regista, sinora sempre troppo incerta e altalenante, si apre con le pagine colorate di una brochure, che illustra il quartiere idilliaco di Suburbicon, un paradiso in terra, per l’america bianca degli anni ’50, con tante villette identiche, il giardino davanti al portico e il cortile posteriore.

Tutto patinato. Tutto finto. Non appena nel quartiere si trasferiscono i Meyers, una tranquillissima famiglia di colore, l’assemblea cittadina insorge e organizza manifestazioni sempre più violente contro gli ‘usurpatori’ della loro serenità razzista.

Ma la violenza a Suburbicon non è solo quella di un branco, degno del KKK, ma anche quella che si consuma nelle mura domestiche, in quei soggiorni color pastello, in quelle cucine spaziose, in quei sotterranei sempre troppo misteriosi.

I Lodge sono i vicini dei Meyers. Il capofamiglia Garden è sposato con la moglie Rose, costretta sulla carrozzina da un incidente d’auto. Assieme a loro e al piccolo Nicky, vive la sorella gemella di Rose, Margaret.

Una sera tuttavia due balordi si presentano a casa loro e anestetizzano col cloroformio tutta la famiglia. La dose utilizzata per Rose è tuttavia letale.

Il lutto colpisce la comunità ed il piccolo Nicky, in particolare, ma, nonostante i dubbi dello zio Mitch, Margaret decide di rimanere con Garden, per accudire il nipote.

Nel frattempo un agente investigativo della compagnia di assicurazioni si presenta dai Lodge, perchè ci sono alcune ‘coincidenze’ da chiarire…

Dopo aver scritto con Sam Raimi all’inizio della loro carriera, i Coen non avevano più lasciato ad altri le loro sceneggiature, almeno sino a cinque anni fa quando Gambit, poi Unbroken ed infine Il ponte delle spie sono approdati sul grande schermo, con esiti non sempre convincenti e soprattutto non immediatamente riconoscibili.

Suburbicon invece porta su di sé i segni evidenti del lavoro dei Coen: il loro humor nero, il contesto anni ’50, la struttura di genere, la stupidità dei personaggi e la crudeltà intollerabile di uomini battuti dal destino.

Suburbicon sembra il fratello minore di Blood Simple, Fargo, Crocevia della morte. Le impronte del loro cinema si leggono in modo evidente lungo tutto il film, alla cui scrittura peraltro hanno collaborato anche Clooney stesso e Grant Heslov, evidentemente più coeniani degli stessi Coen.

D’altronde lo stile dei primi film del duo del Minnesota è diventato talmente celeberrimo e codificato, da produrre molti epigoni e, soprattutto, quelle straordinarie tre stagioni del Fargo televisivo.

In Suburbicon, Clooney cerca in modo insistito l’imitazione, si mette al servizio della storia, con una certa competenza, conoscendo ormai alla perfezione – e dall’interno – i meccanismi narrativi originali. E anche se sbaglia alcuni tempi comici, e forza verosimilmente il coté politico dell’apologo, riesce a restituire un quadro allucinato e surreale al tempo stesso.

L’idea che la violenza pubblica e quella privata privata manifestino il loro apice in parallelo, in una lunga notte di sangue è particolarmente efficace e restituisce l’immagine di un’america tragicamente cupa, chiusa nella sua ignoranza e nel suo conformismo, difeso con le armi.

È qui, nella costruzione di un piccolo muro attorno alla casa dei Meyers, che si nota di più il contributo di Clooney e Heslov. L’evocazione del passato come monito e denuncia di pratiche ancora comuni.

Tuttavia l’innesto si vede e non riesce davvero ad integrarsi ed a prendere lo spazio che avrebbe meritato. Alla fine dei Meyers continuiamo a non sapere nulla. L’azione è tutta a casa Lodge.

Il mondo degli adulti appare del tutto inadeguato, mosso da sentimenti viscerali e primari, da un’avidità che è il segno distintivo di un individualismo inestirpabile, che si nutre di desideri tragicamente basilari.

Il campionario delle nefandezze nascoste dai bei vialetti di Suburbicon è inenarrabile. Ma il destino si fa beffe dell’idiozia degli uomini, ne travolge le esistenze, ne sconvolge i progetti.

Alla fine restano solo due ragazzi che giocano, in mezzo al prato, fuori da quelle case in cui si è consumata una violenza insostenibile. Si passano la palla attraverso una staccionata. Ma non c’è alcun ottimismo, piuttosto la constatazione di una sconfitta: è davvero quella l’unica forma di convivenza possibile?

Usa / 104’
lingua Inglese
cast Matt Damon, Julianne Moore, Noah Jupe, Oscar Isaac
sceneggiatura Joel & Ethan Coen, George Clooney, Grant Heslov
fotografia Robert Elswit
montaggio Stephen Mirrione
scenografia James D. Bissell
costumi Jenny Eagan
musica Alexandre Desplat

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