Transformers: L’ultimo cavaliere

Transformers: L’ultimo cavaliere **1/2

Non c’è regista più discusso, amato, odiato, idolatrato, vilipeso di Michael Bay, nel panorama hollywoodiano di questo secondo secolo di cinema.

E non c’è serie più emblematica di Transformers, per testare l’evoluzione del suo cinema, la sua hybris totalizzante, il suo desiderio di potenza.

Cominciata solo dieci anni fa e passata attraverso cinque episodi, distinti in una prima trilogia e in un dittico successivo, con un diverso protagonista, la saga dei robot della Hasbro ha segnato con precisione ogni svolta tecnologica del decennio. Dagli stunt al trionfo della computer grafica, dalla pellicola al digitale, dall’esordio del 3D fino alle nuove macchine da presa in IMAX.

Michael Bay ha sempre frequentato la frontiera dell’innovazione e il canovaccio della guerra tra Autobot e Decepticon, tra robot buoni e cattivi, con i loro leader Optimus Prime e Megatron, ha rappresentato lo spunto per dipingere sulla sua tela, immagini sempre più astratte, con colori sempre diversi, anche grazie ad una tavolozza continuamente rinnovata.

Dopo il successo clamoroso e un po’inatteso del primo episodio, sostenuto anche dalla critica d’oltreoceano, i due capitoli successivi hanno scontato il più completo disinteresse di Bay per la coerenza interna del racconto e per lo sviluppo dei personaggi umani.

Quello che interessava al regista californiano era semplicemente cercare un modo efficace di rappresentare il clamore cruento della battaglia, di mettere in scena le continue transizioni delle macchine, da auto a robot, di trasferire allo spettatore la sua frenesia ipercinetica.

Tuttavia con il completo reboot della serie avvenuto con il quarto episodio e soprattutto con l’introduzione del 3D, il caos creativo di Bay, la sua ricerca inesausta e astratta ha trovato la sua sintesi più efficace.

Poco importa allora se il racconto di questo Transformers: L’ultimo cavaliere sia involuto e confuso, passi da Artù e Lancillotto, alla Seconda Guerra Mondiale, cerchi di riannodare il filo con la prima trilogia – con l’Ordine dei Witwiccan, discendenti di Mago Merlino – per poi rinnovare ulteriormente la lotta tra umani ed alieni, fra la Terra e Cybertron.

Il protagonista è ancora una volta l’inventore frustrato Cade Yager, che dopo il quarto episodio si è rifugiato con gli amici autobot in una grande discarica nel South Dakota, mentre gli umani hanno messo fuori legge tutti i transfomers e hanno introdotto una unità speciale la TRF per distruggerli.

Costretto a separarsi dalla figlia per non comprometterla, il fuggitivo Yager cerca di salvare gli autobot rimasti in vita: in uno dei salvataggi conosce la piccola Izabella, che ha perso la sua famiglia per un attacco di Megatron e che ha la sua stessa passione per i robot.

Nel frattempo, in Inghilterra, Sir Edmund Burton è l’ultimo rappresentante dell’ordine dei Witwiccan e sta cercando un nuovo cavaliere, che possa combattere Megatron, assieme all’ultima discendente di Merlino, l’unica a poter rivendicare il bastone del comando, che gli alieni avevano consegnato al Mago alla fine del 400 e che da allora è custodito segretamente.

Su Cybertron morente, Optimus Prime è soggiogato e ipnotizzato da Quintessa, la sua creatrice: solo tornando in possesso del bastone, Quintessa può salvare il suo pianeta, che intanto viaggia verso la terra pronto ad inglobarla.

La lotta per il bastone del comando coinvolge ovviamente tutti i protagonisti: Cade, Burton e la prorompente professoressa Vivian Wembley, Bumblebee e gli altri autobot, i transfomers cavalieri, che vegliavano la tomba di Merlino, ovviamente Megatron e la sua banda, alleati di Quintessa.

Potevano mancare il governo americano e la TRF? No, di certo. E l’agente Simmons, protagonista del primo episodio, ora esiliato a Cuba? C’è anche lui.

Volete sapere chi ha messo in piedi una sceneggiatura così folle? Si tratta di Art Marcum, Matt Holloway, Ken Nolan, aiutati nel soggetto dall’espertissimo Akiva Goldsman (A beautiful mind, Io solo leggenda, Star Trek).

La grandiosa messa in scena di Michael Bay attraversa secoli e continenti, sfrutta senza alcuna paura miti, leggende, suggestioni scientifiche, teorie complottiste, per raccontare con spirito liberale e democratico l’avversione ad ogni muro, ad ogni frontiera, ad ogni segregazione.

D’altronde tutto era partito da un’idea di Steven Spielberg e mai come in questo episodio, l’impronta del suo cinema inclusivo e tollerante, si è fatta più forte.

Tuttavia non daremmo troppa importanza al racconto: quello che affascina di questo quinto Transfomers è la maestria assoluta di Bay nell’orchestrare set d’azione sempre più giganteschi, in cui umano e digitale si fondono senza soluzione di continuità, in cui la materia cinematografica viene plasmata da un creatore folle e visionario.

Si passa dalle battaglie medioevali alle metropoli odierne, dalle profondità dell’oceano al vuoto spaziale, fino al deserto del sud degli Stati Uniti e poi ancora a Stonehenge, con una fluidità e un’audacia che lasciano senza parole.

Il sincretismo cinematografico di Bay è capace di unire ogni forma, ogni credo: è solo cinema d’azione, certo, figlio dell’onnipotenza del capitale hollywoodiano. Ma è anche una straordinaria esperienza visiva e sonora, uno spettacolo magniloquente, che riempie gli occhi, che lascia meravigliati e ipnotizzati.

Questo è, in fondo, il cinema di Michael Bay: The Greatest Show on Earth.

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