Civiltà Perduta

Civiltà Perduta ***

Il maggiore Percy Fawcett è stato uno dei grandi esploratori d’inizio secolo. La sua ossessione per l’Amazzonia e per una civiltà antica e misteriosa, identificata nella città perduta di Z, ha segnato profondamente la sua vita e quella della sua famiglia.

La carriera militare era stata prematuramente segnata dalla cattiva fama del padre, che lo aveva costretto a cercare inutilmente il modo di mettersi in mostra per riabilitare il suo nome e quello dei suoi figli, ma quando la Royal Geographical Society decide di mandarlo in esplorazione sul confine tra Bolivia e Brasile per cercare di mappare un confine oggetto di una possibile guerra tra i due stati, Fawcett abbraccia finalmente il suo destino.

A casa lo aspetta la moglie Nina, decisa a sostenerlo nelle sue imprese, rassegnandosi a crescere i suoi figli da sola.

Ma Nina non è solo la moglie fedele e lontana. Il suo ruolo è centrale per dare spessore culturale e credibilità alle scoperte, per sostenere i suoi ritorni e le sue dipartite.

Tra di loro c’è una complicità molto moderna, un rispetto e una dedizione che non hanno nulla di ottocentesco. Nina partecipa dell’ossessione del marito, consapevole del proprio ruolo nella storia.

E’ lei in fondo il grande personaggio tragico del film, una Penelope che continua a tessere la tela, mentre Percy si perde nella sua follia.

Le spedizioni che Gray ricostruisce sono tre, la prima quella del 1906 è decisiva: crea il legame tra Fawcett e i caporali Constin e Manley, con i quali si avventura nella foresta amazzonica, sino alla foce del rio verde, dove una delle sue guide indigene afferma che vi sia una città coperta d’oro e piena di persone.

Ma qui non siamo in Aguirre o in uno dei film di Herzog e non è tanto il rapporto tra uomo e natura che interessa Gray, quanto rispecchiarsi nell’ossessione del suo protagonista, che non è spinto dal fuoco della conquista o della scienza, quanto dal desiderio stesso d’avventura, dalla consapevolezza di trovare se stesso, solo in quei viaggi impossibili.

Non c’è nulla di eroico in Percy e neppure di diabolico: è semplicemente la sua natura, il suo destino.

Emblematica è la scena ambientata nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, quando Fawcett si lancia all’attacco dei tedeschi pistola in pugno, senza curarsi del gas che lo stordirà. In quell’immagine al rallentatore c’è tutta la carica velleitaria e romantica del personaggio, unita ad un desiderio di morte che il protagonista sfida continuamente.

Lo stesso accade in fondo anche a James Gray, che parte con il fidatissimo direttore della fotografia Darius Khondji alla volta della foresta amazzonica, con le ingombranti macchine da presa tradizionali in pellicola, deciso a ricreare quei cromatismi e quella grana di un cinema che non c’è più.

Per inseguire questa suggestione estetica e questa perfezione formale, Gray non esita a mettere da parte la coerenza narrativa, la costruzione dei personaggi, restituendoci un film imperfetto, senza equilibrio, ma con un fascino visivo abbagliante, dimenticato, ormai del tutto inconsueto.

Non gli interessa davvero ‘mappare’ la storia di Fawcett, quando restituire la bellezza, le suggestioni, l’eco lontana di un cinema anch’esso perduto e forse, per un momento, ritrovato.

 

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