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Lady Macbeth

Lady Macbeth ***

L’opera prima del regista e produttore inglese William Oldroyd, che ha debuttato a Toronto per poi passare al Festival di Torino in concorso e poi al Sundance, è tratto dal racconto Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Nikolaj Leskov, pubblicato da Dostoevskij, nel 1865. sulla sua rivista Epoch.

Le suggestioni shakespeariane sono evidenti, nella costruzione di un personaggio maledetto, crudele, feroce, capace di travolgere e sconvolgere le vite di tutti coloro che le si avvicinano

La sua natura algida e manipolatoria, la sua determinazione ferrea, capace di mettere in secondo piano anche i sentimenti, ne fanno uno dei personaggi più forti della drammaturgia shakespeariana.

Il film si apre su un primo piano della protagonista, Katherine, la splendida Florence Pugh. Il volto velato di bianco nel giorno del suo matrimonio. Un matrimonio ottocentesco, di convenienza, con un uomo più grande di lei, che non nutre alcun sentimento nei suoi confronti e non ne è attratto neppoure fisicamente.

Katherine passa così le sue giornate in un infinito rituale di nulla, seduta sul divano della grande casa di campagna dei Lester, in attesa del marito o di qualche svago, che non sembra arrivare mai. E’ un’animale in gabbia, un po’ come l’orrendo gatto rosso che di tanto in tanto compare nella stanza.

Il marito è spesso assente, mentre il vecchio capofamiglia dei Lester, che vorrebbe assicurarsi una discendenza, la invita a rispettare i suoi doveri di moglie.

Tutto precipita, quando Katherine si invaghisce del nuovo stalliere, lo accoglie nella sua stanza e inizia una impetuosa relazione proibita con lui.

Ma in casa ci sono mille occhi indiscreti e voci dal sen fuggite, raggiungono gli uomini di casa Lester, lontani per affari.

Vistasi scoperta, Katherine non si perde d’animo e non si fa scrupolo di eliminare ogni ostacolo alla sua felicità.

Il primo a farne le spese è il vecchio suocero.

Lady Macbeth ha il pregio della sintesi e del rigore: non c’è un’inquadratura di troppo nel film, che vive nei silenzi complici e nelle voci strozzate in gola.

La morte arriva implacabile e si consuma dietro una porta chiusa o sotto ad un morbido cuscino, ma anche con la violenza di un candelabro o di uno sparo nel bosco.

L’angelica Katherine non esita davanti a nulla. E’ pronta a sfruttare a suo vantaggio ogni situazione, ogni convenzione sociale e culturale.

Gli interni claustrofobici della magione, nei quali la regia di Oldroyd mantiene una composizione del quadro perfettamente simmetrica, si alternano alle riprese molto più libere nelle stalle, dove vivono gli inservienti, e ai grandi quadri paesaggistici nei boschi o nei campi, che circondano la proprietà dei Lester.

Lady Macbeth si giova di queste contrapposizioni per mostrare, senza alcuna deriva psicologica, la discesa agli inferi della protagonista, che, assaporata l’aria fresca della libertà, ne viene in qualche modo contagiata, come se si trattasse di una malattia, capace di insinuarsi anche nelle stanze della villa, corrompendone ogni equilibrio.

La natura maestosa e indifferente sembra così turbare l’animo della protagonista, trasformandola in un’erinni capace di qualunque cosa.

Eppure questa novella Lady Macbeth non sembra avere alcun rimorso, alcun dubbio: è pronta a sacrificare persino l’uomo che ama, pur di affermare se stessa. E non si limita a muovere le sue pedine sulla scacchiera della storia, ma agisce in prima persona, d’istinto.

Se non c’è colpa, non c’è però neppure redenzione. Alla fine infatti la macchina da presa di Oldroyd ritorna proprio lì dove tutto era cominciato: al volto di Katherine, seduta, sul divano dove ha trascorso le sue giornate, con il consueto abito blu. Non c’è tuttavia nulla di angelico nei suoi tratti, quello che resta è lo smarrimento di un dolore muto, che forse non è neppure più capace di trasformarsi in rabbia.

Una solitudine emblematica. La grande casa si è richiusa su di lei. Non rimane più via d’uscita.

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