Addio a Jonathan Demme, spirito libero e inquieto, dalla Corman Factory sino agli Oscar

L’avevamo visto l’ultima volta alla Mostra di Venezia, lo scorso mese di settembre, incredibilmente magro e provato da un tumore che lo stava pian piano consumando: questa mattina se n’è andato Jonathan Demme, uno dei grandi registi del cinema americano – nato nella Factory di Roger Corman, come molti suoi coetanei, Coppola e Scorsese, Bogdanovich e Cameron – capace di attraversare il cinema americano degli ultimi quarant’anni, con una personalità unica.

Dopo gli anni dell’apprendistato con Roger Corman, con ben sei film scritti, prodotti o diretti in cinque anni, aveva mostrato le sue qualità di nipotino di Hitchcock con Il segno degli Hannan (1979), interpretato da Roy Scheider, con un finale memorabile alle cascate del Niagara, mentre con la commedia agrodolce Una volta ho incontrato un miliardario (1980) erano arrivati due Oscar e il plauso critico più sincero.

Eppure la grande passione di Demme era la musica: molti i video e i documentari girati, a cominciare dall’epocale Stop Making Sense sui Talking Heads, che gli guadagnerà nuovi consensi.

Negli anni ’80 commedia e thriller si alterneranno costantemente, con Swing Shift -Tempo di Swing e Una vedova allegra… ma non troppo sul primo versante e Qualcosa di travolgente con una torbida Melanie Griffith con caschetto nero, sul secondo.

Il successo clamoroso e forse inatteso arriva però nel 1991, con l’adattamento del best seller di Thomas Harris, Il silenzio degli innocenti: il duello tra la giovane agente Clarice Sterling e lo psichiatra cannibale Hannibal Lecter, interpretato da Anthony Hopkins, segnerà l’intero decennio, producendo un’infinità di epigoni, più o meno riusciti.

Il film conquista l’Orso d’argento a Berlino per la migliore regia e trionfa alla Notte degli Oscar, vincendo i cinque premi più importanti. Da allora nessuno ci sarebbe più riuscito.

Due anni dopo con Philadelphia, Demme è il primo a convincere una major a finanziare un film sull’AIDS. Tom Hanks e Bruce Springsteen, che scrive il pezzo che scorre sui titoli di testa, conquistano nuovi Oscar.

Il peso del successo lascia tuttavia inquieto l’indipendente Demme, che si ferma per cinque anni, dirige poi il controverso adattamento del romanzo del premio Nobel Toni Morrison, Beloved (1998), e quindi si piega ad un inutile remake di Sciarada, The Truth About Charlie (2002).

Nel frattempo torna alla musica, con tre lavori su Neil Young, e al documentario politico: The Agronomist (2003) e Jimmy Carter Man from Plains (2007) sono tra le sue cose migliori nel nuovo secolo.

Porta a Venezia The Manchurian Candidate nel 2004 e l’incantevole commedia Rachel sta per sposarsi nel 2008.

Ritorna al lido anche nel 2011 e nel 2012 per due documentari: I’m Carolyn ParkerEnzo Avitabile: Music Life. 

Il suo ultimo film, Dove eravamo rimasti, con Meryl Streep nei panni di una rocker spiantata è una sorta di dichiarazione d’intenti, prima di un nuovo documentario musicale, dedicato a Justin Timberlake.

Fedele alle sue passioni e alle sue ossessioni, spirito libero, incapace di ogni condizionamento, irregolare per eccellenza, Demme è stato, per tutti coloro che sono nati negli anni ’70, un punto di riferimento essenziale, capace di un misterioso equilibrio tra la leggerezza delle commedie alla Hal Ashby e gli spaventi hitchcockiani dei suoi thriller.

Amatissimo da Paul Thomas Anderson, ma anche da Alexander Payne e Wes Anderson, capace di lavorare all’interno dei generi, mantenendo uno sguardo originalissimo, il successo inatteso e improvviso non è riuscito mai a cambiarlo: Demme ha continuato a fare i film che desiderava, con la stessa testarda determinazione con cui aveva cominciato negli anni’70.

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