L’altro volto della speranza

L’altro volto della speranza ***

Diciassettesimo e – forse – ultimo film del finlandese Aki Kaurismaki, L’altro volto della speranza, presentato in concorso al Festival di Berlino, si è portato a casa l’Orso d’Argento per la migliore regia.

Il film racconta in parallelo la storia di Khaled e Wilkstrom: il primo è un giovane siriano, scappato da Aleppo con la sorella Miriam. Il secondo è un uomo di mezza età, finlandese, rappresentate di camice, che ha appena lasciato la moglie e ceduto la sua attività.

Khaled ha attraversato la frontiera con la Turchia, è passato in Grecia ed ha girovagato per l’europa. In uno scontro alla frontiera ungherese ha perso i contatti con Miriam ed è approdato infine ad Helsinki, nascosto nella stiva di una nave. Il film si apre poeticamente proprio con il suo volto nero che emerge dal un container che trasporta carbone. Khaled è solo e la sua unica missione è ritrovare la sorella.

Wilkstrom invece, a cinquant’anni, deve ricominciare tutto, ma grazie ad una surreale partita a poker, coronerà il suo sogno di entrare nel mondo della ristorazione, rilevando uno scalcinato locale, La pinta d’oro, col sogno di rilanciarlo.

I due finiranno per incontrarsi: Khaled è rimasto ad Helsinki, all’interno di un centro di accoglienza, in attesa del visto di rifugiato. Ma quando il governo glielo rifiuta, fugge e trova rifugio, proprio accanto al locale di Wilkstrom, che nel frattempo deve fare i conti con le pretese del personale e le novità del mercato della ristorazione…

Aki Kaurismaki torna così a parlare d’immigrazione, come in Miracolo a Le Havre, ma lo fa con l’ironia di sempre, tanto più feroce quando si posa sui suoi concittadini, borghesi piccoli e piccolissimi, seriosi, incapaci di sorridere, che sembrano sempre usciti da un film triste degli anni ’50.

Eppure Kaurismaki sembra condividere quanto scriveva Pasolini oltre quarant’anni fa: “seri bisogna esserlo, non dirlo, e magari neanche sembrarlo!”

E allora nel suo film, serissimo, si ride di gusto e con una punta di malinconica amarezza: “Fatti vedere sempre felice, sennò ti rimandano a casa” dice un altro rifugiato a Khaled, in uno dei momenti più surreali del film. Ma Khaled non ha nulla per cui farlo.

Memorabile la trasformazione de La pinta d’oro nel ristorante giapponese Imperial Sun, così come l’ispezione della polizia nei nuovi locali.

Come sempre straordinaria la colonna sonora di rock scandinavo, spesso suonata live, che accompagna i protagonisti nel loro viaggio di riconciliazione con se stessi e con i propri affetti.

L’altro volto della speranza non aggiunge molto alla carriera del maestro finlandese, si pone in continuità con gli ultimi suoi film, segnando un gustoso ritorno in patria, dopo la trasferta francese.

Eppure, in questi tempi cupi e sfuggenti, la leggerezza e l’intelligenza della commedia di Kaurismaki è una necessità non rinunciabile.

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