L’eccezione alla regola. Recensione in anteprima!

L’eccezione alla regola – Rules Don’t Apply **1/2

Quando nel 2010 Peter Biskind pubblicò la sua lunga e documentata biografia di Warren Beatty, Star: How Warren Beatty Seduced America, il lavoro fu accolto con inaspettata freddezza, se non con malcelata indifferenza.

Protagonista assoluto del cinema americano del secondo dopoguerra, volto simbolo del passaggio tra l’epopea degli studios e la New Hollywood, lanciato da Elia Kazan, è stato un attore sensibilissimo e molto chiacchierato, un regista e produttore coraggioso, un appassionato sostenitore delle battaglie del Partito Democratico, per oltre mezzo secolo.

Fino ai primi anni ’90 ogni suo progetto era atteso come un evento. E’ stato uno dei primi a sfruttare i personaggi dei fumetti e non ha dimenticato mai, anche nelle sue commedie, il risvolto amaro del sogno americano: da Gangster’s StoryI compari, da Perchè un assassinio a Shampoo.

Donnaiolo impenitente, dal 1992 è stato quasi solo il fedele marito di Annette Bening ed il padre dei loro quattro figli, lasciando il proscenio alle ambizioni della moglie.

Quando è apparso, qualche settimane fa con Faye Dunaway, sul palco del Dolby Theatre per consegnare il premio Oscar al miglior film, con la busta e il vincitore sbagliato, sembrava una di quelle vecchie glorie a cui Hollywood tributava un omaggio tardivo.

Anche L’eccezione alla regola – Rules Don’t Apply, la sua quinta regia, a quasi vent’anni dal politico Bulworth, è stata accolta con deferenza, ma senza entusiasmi, incassando appena tre milioni e mezzo di dollari.

Il suo film è un segno infranto, una commedia che viene da un’altra epoca, un reperto di un passato lontano e glorioso, un tentativo di far rivivere gli anni della Hollywood classica, nella quale Beatty aveva mosso i suoi primi passi.

Il film comincia nel 1964 quando il recluso Howard Hughes è in procinto di partecipare telefonicamente, dalla sua stanza ad Acapulco, ad una conferenza stampa, per smentire il lavoro di un presunto biografo, Richard Miskin, che l’aviatore e produttore non aveva mai davvero incontrato in vita sua.

Accanto a lui ci sono i suoi fidatissimi collaboratori, Frank, Levar e la segretaria Nadine. Hughes, disteso nel suo letto, oscurato da una spessa tenda, è riluttante…

Il nastro si riavvolge: siamo nel 1959 ad Hollywood, il giovane Frank Forbes è uno degli autisti di Hughes, con il compito di accompagnare le attrici, sotto contratto alla RKO, dalle residenze che il magnate ha affittato per loro agli studios, dove prendono lezioni di recitazione, canto e aspettano la loro occasione.

Una di queste ragazze è Marla Mabrey, giunta nella mecca del cinema con la madre, una devota battista, dalla Virginia.

Tra lei e Frank c’è più di una simpatia. Ma il rigido codice di controllo di Hughes impedisce alcun rapporto tra autisti e attrici. Intanto le settimane passano e il paranoico Hughes è sempre inarrivabile, per le ragazze e per lo stesso Frank.

Il tycoon comunica solo attraverso il telefono o con una fitta rete di interfono, vive nella penombra e sono pochissimi quelli che possono dire di averlo visto in faccia. Impegnato nella battaglia della sua TWA contro il governo americano, trascura la sua attività cinematografica,  ma sia Frank, sia Marla troveranno il modo di farsi notare e di vincere la sua diffidenza.

Beatty ha voluto per sè il ruolo di Howard Hughes, lasciando ai giovani Alden Ehrenreich e Lily Collins i ruoli principali, in una commedia che vorrebbe essere leggera e romantica.

Accanto a loro uno stuolo di comprimari pressochè infinito, da Candice Bergen a Matthew Broderick, da Martin Sheen ad Alec Baldwin e poi Haley Bennett, Oliver Platt, Ed Harris, Steve Coogan, Paul Sorvino, tutti chiamati a collaborare con una breve parte, un cameo, un’apparizione. Tutti con la volontà di esserci, per una sorta di debito d’onore, con uno dei giganti della vecchia guardia.

Eppure quella deferenza e quella riconoscenza il pubblico l’ha smarrita da un pezzo. Warren Beatty, per almeno un paio di generazioni di spettatori, è un anziano signor nessuno, un vecchio liberal “conosciuto solo a Bel Air, Beverly Hills e New York“, come ha dichiarato Robert Evans, il gran capo della Paramount degli anni ’70.

Eppure il suo film, che annovera ben quindici produttori, e sul quale Beatty ha lavorato in solitaria da oltre un decennio, cercando di ricreare il look della Hollywood degli anni ’50, grazie allo splendido lavoro del direttore della fotografia Caleb Deschanel e di Jeannine Oppewall e Albert Wolsky per scenografie e costumi, si pone in un crocevia, tra racconto biografico, parabola hollywoodiana e commedia romantica.

L’eccezione alla regola rimane spesso a mezza strada: se il ritratto del leggendario magnate è indovinatissimo e ispirato, non altrettanto si può dire dell’ennesimo revival di è nata una stella o del debole rapporto sentimentale, che dovrebbe essere la spina dorsale del film.

Il lavoro sulle idiosincrasie del vecchio Hughes, il suo modo di parlare, la sovrapposizione dei dialoghi, la sua diffidenza, le luci soffuse, il suo senso per lo spettacolo, ricostruiscono alla perfezione la grandezza terrificante del personaggio: Beatty ovviamente ruba la scena ai due protagonisti ogni volta che appare sullo schermo. Il suo personaggio è troppo fuori scala, lui stesso è un gigante, persino fisicamente, rispetto agli altri due.

Persino nei gustosi duetti, è evidente la sproporzione, che ricalca la deferenza con cui tutti si rivolgono all’eccentrico imprenditore.

L’istintiva simpatia di Ehrenreich e Collins non basta a rendere palpitante, una rêverie romantica che ricorda molto quella al centro di Café Society, che pure ha molti punti di contatto con L’eccezione alla regola.

Ma se Allen è maestro di tempi comici e di nostalgie agrodolci, Beatty sembra aver perso un po’ la mano. Il film si prolunga per oltre due ore e inciampa in qualche lungaggine di troppo nella parte centrale.

Tuttavia nonostante i suoi limiti, affascina e diverte con il suo ottimismo fuori tempo, con la sua leggerezza naturale, con il fascino magnetico che il sorriso di Beatty ancora riesce ad esercitare.

In fondo Beatty è profondamente affascinato dall’eccezionalità di Hughes, sembra sinceramente ammirato dalla sua maniacalità, dalla sua competenza, dalla sua intransigenza nel concludere affari, dal suo coraggio testardo, dalla sua passione per donne giovani e bellissime.

Qualità che in fondo sembra condividere con il suo personaggio. Come ha detto Bo Goldman, lo sceneggiatore a cui si deve il soggetto di questo L’eccezione alla regola:“Warren is an underachiever. He could have been Orson Welles. He could have made five more wonderful movies, he could have been governor, he could have done everything, but his ego gets in the way. It’s a form of narcissism. It’s always about him”.

E se è pur vero che nella sua vita e nella sua carriera, l’ego spropositato di Beatty ed il suo perfezionismo irascibile, l’hanno spinto ad ottenere assai meno di quanto avrebbe potuto, nondimeno L’eccezione alla regola è esattamente quello che ci si sarebbe potuti attendere ora, dal suo autore: un piccolo film personale, autobiografico, l’ultimo sguardo nostalgico di un principe, che ha visto svanire il suo regno, senza mai essere riuscito a salire al trono.

Non è un caso che nella bellissima colonna sonora, ritorni più volte lo struggente Adagietto della Quinta Sinfonia di Mahler, lo stesso che Visconti usò nell’immortale adattamento di Morte a Venezia.

Da non perdere.

 

 

 

 

 

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