Lion

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Lion **1/2

Opera prima del regista australiano Garth Davis, dopo una lunga gavetta nella pubblicità e la co-regia di Top of the lake con Jane Campion, Lion è tratto dal libro di memorie A Long Way Home di Saroo Brierley.

Si tratta quindi, come ci ricorda subito il film, di una storia vera, un racconto che unisce l’odissea rocambolesca del protagonista con la ricerca delle sue radici e della sua identità.

Saroo è un bambino di quattro anni che vive con la madre, la sorella e il fratello Guddu in un piccolo villaggio a 1.600 km da Calcutta. La madre raccoglie pietre per vivere. I due figli le danno una mano.

Una sera, Saroo insiste per accompagnare Guddu in un lavoretto notturno lontano da casa. Incapace di resistere al sonno, Saroo si addormenta sulla banchina di una stazione ferroviaria, nell’attesa del ritorno del fratello.

Al suo risveglio però la stazione è deserta e non c’è nessuna traccia di Guddu. Saroo sale su un treno fermo e si addormenta di nuovo. Al suo risveglio si ritroverà in viaggio verso Calcutta, unico passeggero di un treno fantasma. Dopo due giorni, arriverà nell’enorme stazione di Calcutta, dove nessuno parla il suo dialetto e dove nessuno sembra accorgersi di lui. Saroo è incapace di tornare al villaggio natale di ‘Ginestlay’: sulle mappe non c’è.

Saroo diventa così un bambino di strada fino a quando dopo molti mesi, qualcuno si prende cura di lui, lo porta in un commissariato e quindi in un istituto che assomiglia più ad un carcere che ad un orfanotrofio. nella notte qualche bambino sparisce, verso un mondo ancora più oscuro.

Ma Saroo è fortunato: viene adottato da una coppia di australiani, che accolgono lui e un altro bambino, Mantosh, nella loro casa in Tasmania.

Mantosh non si abituerà mai al nuovo mondo, ma Saroo invece imparerà l’inglese, andrà a scuola e poi all’Università a Melbourne. Qui conosce Lucy, una ragazza americana, che si appassiona alla sua storia e lo spinge a ricercare la stazione da dove era partito vent’anni prima e il villaggio di ‘Ginestlay’, grazie ad una nuova applicazione, che muoveva allora i suoi primi passi…

Il film di Garth Davis è assai meno stucchevole e retorico di quanto ci saremmo aspettati. Il lungo viaggio di Saroo, prima verso la salvezza, e poi, à rebours, alla ricerca delle sue radici, è costruito con una maturità narrativa notevole, per un esordiente.

Soprattutto la prima parte, nella quale il piccolo Saroo si trova a fare i conti con un mondo ostile, che non conosce e non sembra interessarsi a lui se non come puro oggetto di scambio, è molto efficace e si giova dell’espressività del giovanissimo protagonista.

Naturalmente il registro è quello della favola: il realismo della ricostruzione d’ambiente cede sempre all’esemplarità del racconto ed a soluzioni narrative, che si fermano sempre un passo prima di diventare davvero minacciose. La tensione è piuttosto limitata, anche perchè la campagna pubblicitaria che ha accompagnato il film, ha chiarito sin da subito che si tratta di un racconto a lieto fine, edificante nella sua eccezionalità.

Pertanto l’incertezza sulle sorti del piccolo Saroo non scalfisce mai la sicurezza di ritrovarlo adulto, da metà film in avanti.

Ed in effetti è proprio quello che accade. Con una lunga ellissi che copre i primi vent’anni di Saroo in Australia, il film riprende proprio quando Saroo abbandona la casa materna, per una seconda volta, trasferendosi a Melbourne.

Qui, l’incontro con i nuovi compagni di corso e la scoperta di Google Earth, alimentano la sua ossessione identitaria. Chi sono davvero? Da dove vengo? Mia madre i starà ancora aspettando?

Pur essendo il frutto di una coproduzione inglese e australiana, distribuito dalla Weinstein Company, che vi ha riconosciuto quella che per molti versi è la propria cifra stilistica e narrativa, Lion è un racconto archetipico di perdita e rinascita, ricerca e trasformazione. La sceneggiatura del poeta e critico Luke Davies, dosa sapientemente molti elementi iper-classici, ma il lavoro splendido di Greig Fraser sulla fotografia, soprattutto nella parte indiana, girata a Kolkata, riesce ad evitare cadute di tono eccessive.

Si tratta tuttavia del tipico crowd pleaser, edificante e risolutivo, che colpisce l’immaginario personale e collettivo: esattamente il tipo di film, su cui Harvey Weinstein ha costruito le proprie fortune e la fama di mago degli Oscar.

Anche questa volta non è stato da meno, trascinando Lion alla conquista di ben sei candidature, che hanno premiato anche l’interpretazione anodina di Dev Patel e quella molto contenuta, ma efficace, di Nicole Kidman.

Lion rimane un film di pura confezione, che non trascende i clichè di genere, ma li sfrutta con una certa sapienza, senza mai sembrare forzato o manipolatorio.

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