“Brutto idiota, presuntuoso, strapezzente e cafone”. Una piccola dichiarazione d’amore per Leia


di Davide Cantoni

Ci sono eroi. Ci sono eroi generazionali purissimi, corazzati e cazzutissimi. Ci sono antieroi. Ci sono eroi col magone e la dissenteria. Ma sono tutti, sono stati tutti, inevitabilmente maschi e/o maschioidi.

Cioè, letteratura e – sic! – il cinema hanno sperimentato (direi, spremuto e millesimato) ogni possibile variabile dell’eroe (maschio, appunto). Il Grande Romanzo Popolare – dai tragici agli epici classici, dai Superman (o Topolino) Vs Hitler, fino a gli Unbreakable incerti e edipici postmoderni – ha fritto e rifritto la certezza interiore dell’eroe disossandolo e monodimensionandolo – in senso buono, o quasi – come fosse un Picasso.

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In sostanza, ne abbiamo visto (dell’eroe) ogni prospettiva riducendo le tre dimensioni a una: ne conosciamo ogni paturnia, ogni pelo e pure il mal di testa la mattina.
Poi è successa una cosa.
L’epica precontemporanea  – per mano di un signore che oggi ha cinque doppiomento e qualche triliardo di triliardi di $ in tasca, e che risponde al nome di George (sì, chiaro, Lucas) – è stata infilata in un frullatore.
Pappagorgia Lucas, grazie agli scritti di Joseph Campbell (maestro e amico suo) e a una rarissima capacità di analizzare la mitopoiesi dell’eroe, ha preso l’archetipo profondo e lo ha sbattuto in faccia alle masse. Ma con qualche scherzo.

Ha studiato bene, il ragazzo: i film Jidai Geki giapponesi, il mito del generale romano, il giuovine implume che diventa condottiero, e si è pappato mezzo Kurosawa de La fortezza nascosta (sì, George, lo hai fatto: il confine tra omaggio e affondo a piene mani è sottile. Ma va bene).
Eppure Giorgione è andato oltre. Ha scritto e riscritto all’inizio, non tutta la saga come va raccontando da qualche anno, ma ha scritto parecchio e bene (poi ha affinato dopo, molto dopo).
Ha scritto pure troppo. Tanto che A new hope – in origine Star Wars e basta: altro che Episodio IVera troppo grande, troppo ingombrante e, più di tutto, costoso per farne un filmone infinito, sarebbe diventato una sottospecie di Victor Fleming: Via col Jedi.
E se non è della genesi di SW che dobbiamo parlare ora (ma lo faremo) è della stessa genesi che dobbiamo parlare, adesso. Se vogliamo ricordare Leia.
“Ero troppo grassa, mi hanno chiesto di dimagrire cinque chili”, racconta Carrie Fisher parlando dei suoi 19 anni e del provino per quella che – probabilmente nemmeno Lucas sapeva, all’epoca – sarebbe diventata la sorella di Luke Skywalker.

Questa ragazzina – sì, sì bella ma algida e lontana dalle cose: quindi più bella e, drammaticamente, sardonica – era figlia di un paio di pezzi da novanta del cinema e della musica. Mamma: Debbie Reynolds (non va presentata, ovvio, basti sapere che oggi è viva e in gran forma. AGGIORNAMENTO Dio non fosse un anatema: scomparsa poco dopo Carrie). Papà: Eddie Fisher (se ne è andato nel 2010 ed è stato pure con Liz Taylor, quindi chapeau) un figaccione, puro prodotto dell’American Way Of Life che ha lasciato gioielli come Sunrise sunset.

carrie-fischer-george-lucas-peter-cushingChi ha visto un poco di backstage di A new hope, lo sa. “Dicevamo cose senza senso”, raccontava Carrie. Cose tipo: “Governatore Tarkin, ho riconosciuto il tuo inconfondibile fetore appena sono salita a bordo”. Eh già: “Ma chi dice queste cose?”, raccontava più divertita che sarcastica la ragazzina.
E’ vero, Carrie Fisher lo ha detto più volte: “Non sono io famosa, ho solo avuto la fortuna di assomigliare a Leia”. Un po’ di realismo, un po’ di malcelato godimento. E ci sta tutto.
La storia ci lascia altro. Una brevissima relazione con Harrison Ford, lui sposato e padre, 33 anni, lei pischella appena arrivata al successo. Poi gli anni ’80 i Blues Brothers, l’alcol e la droga, Harry ti presento Sally, altro alcol e altra droga. Un amore – grande, si dice – con Paul Simon (già: quello di &Garfunkel e di tutte le Mrs Robinson che abbiamo amato). Poi qualche oscillazione tra alti (pochi) e bassi (molti).
Non importa. Perché poi, bella e bellissima, l’abbiamo ritrovata (“Generale Organa”, non “principessa”) in The Force Awakens.
Quello che importa davvero è che il mito dell’eroe con Leia è stato mandato in cortocircuito.
Una crisi sociale senza precedenti, soprattutto per gli occhialuti scrittori-sceneggiatori (con i maglioni che fanno i peletti – citazione da Boris) di una Hollywood che, a fine ’70, non aveva saputo capire lo schianto di SW sulle masse (non è un caso che il Vietnam stesse andando in quel modo: sì in quel modo, male).

Ché la principessa – quella degli archetipi e del mito – c’è sempre ma non è più da salvare: viceversa, salva. E, meglio ancora, non vuole rotture di palle: “Un giorno ti sbaglierai anche tu e spero solo di essere lì”. Dice.
E non è cazzutissima, nel senso virile e fallocentrico del termine. No, no: è Leia Organa, punto. Per carità, è vero, graziata da una sorte migliore del gemello – ep III – lei principessa (ma poi le fanno esplodere il pianeta, Alderaan) lui, invece, a fare e coltivare muffe in mezzo a un deserto schifoso, su Tatooine. Fortunata: ma non troppo. Si direbbe in musica.

carrie-fischer-george-lucas-2Quello che importa è che non ci sarebbe stata, senza Leia, giusto per citarne una su mille (ma la migliore), nessuna Ripley in Alien.
E, ci scusi, mi scusi, Ridley Scott. La amiamo – Mr. Scott – ma quello che descrive, filmicamente, come una “mascella digrignata perché una donna sembri con le palle” (Ripley, appunto) Carrie Fisher lo faceva sollevando un quarto di millesimo di sopracciglio. E con quanta classe.
Basta con il femminino-sacro, con la seduzione della coscia. Con la donna, che per esser donna, deve essere mezza maschia (e quindi, magari, un poco lesbica). Leia è Leia. Bianca (nel senso dell’abito, non della pelle) e perfetta.
Leia bacia suo fratello. Non sapeva di essere imparentata con il giovane contadino di muffe (ma, ripeto, non lo sapeva nemmeno Lucas) e lo bacia solo per far incazzare quel guascone – ancora senza frusta e cappello – di Harrison-Han-Indiana.
Rivoluzionario, in quel modo, in quel Mondo, in quel racconto.

Leia è un’ultra amazzone. Anzi, meglio, un’oltre amazzone. E’ l’incarnato vivente – sì, vivente – e simbolico di una narrativa sociale che è cambiata. E non è necessario parlare di diritti-delle-donne, almeno non qui. Leia ha segnato il passo a una narrazione non più iniqua, non più morbida e accondiscendente nei confronti di un retroimmaginario fatto di arrosti e pranzi domenicali.
Non fosse per quell’inciampo, per quell’immagine con Jabba. Leia schiava, Leia oggetto seminudo da offrire in pasto a masse di spettatori onanistici: molti ne hanno discusso, molti hanno pensato all’erroraccio di Lucas.

Ma bisogna ricordare che l’oggetto filmico (poi, come un vermone verde-grigiastro si senta attratto da una umanoide, ancora me lo chiedo da 30 anni) accondiscende a esigenze produttive. E poi, alla fine, è Leia che soffoca il putridone-vermone con una catena.
Leia era Leia. urlava all’uomo che la voleva: “Brutto idiota, presuntuoso, strapezzente e cafone!”.
Carrie è morta da qualche ora.
Le lasciamo l’ultimo pensiero, tutto suo, solo suo (siamo sempre stati innamorati di lei, non è una concessione ma, anzi, un atto d’amore):

“La vita è una barzelletta crudele e orribile e io sono la battuta finale”.

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Un pensiero riguardo ““Brutto idiota, presuntuoso, strapezzente e cafone”. Una piccola dichiarazione d’amore per Leia”

  1. Non ha avuto una vita semplice, bella o facile, le auguro di essere in pace ora.
    PS: ” Mamma: Debbie Reynolds (non va presentata, ovvio, basti sapere che oggi è viva e in gran forma).”
    Purtroppo no, ha seguito Carrie 😦

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