The End of the Tour. Recensione in anteprima!

The End of the Tour poster

The End of the Tour **1/2

David Foster Wallace, forse il più grande talento della letteratura americana degli anni ’90, è rimasto per molti della sua stessa generazione un autore enigmatico, più conosciuto che letto, un’icona nascosta dalla bandana bianca, i capelli lunghi e gli occhialini rotondi.

Il suo capolavoro, Infine Jest del 1996 è un romanzo di oltre mille pagine, che spaventa e non invita certo ad una lettura superficiale.

Quando nel settembre del 2008 le voci della sua morte si sono improvvisamente diffuse su internet, David Lipsky, romanziere e saggista a sua volta, ha ripreso in mano i nastri registrati tra il 5 e il 10 marzo 1996 con Wallace, nel corso dell’ultima tappa del tour di presentazione di Infinite Jest.

Lipsky aveva appena pubblicato il suo primo romanzo The Art Fair e la curiosità di conoscere quello che i critici del tempo avevano promosso come la voce più limpida del decennio, lo spinse a proporre a Rolling Stone un suo profilo.

In quei cinque giorni passati tra l’Illinois, dove Wallace viveva ed insegnava, e Minneapolis, dove avrebbe dovuto presenziare ad una lettura del suo romanzo, Lipsky cercò di capire chi era davvero quel misterioso ragazzone, che vestiva in modo trasandato e su cui aleggiavano già molte leggende, dalla carriera tennistica alla sua breve permanenza ad Harvard, dalla crisi nervosa, che lo costrinse al ricovero, al supposto uso di droghe.

Il film diretto da James Ponsoldt e scritto da Donald Margulies, a partire proprio dal libro che Lipsky ha pubblicato nel 2010, trascrivendo i nastri di quei cinque giorni, è una struggente conversazione a due, un incontro tra pesi massimi, in cui all’invidia iniziale ed alla curiosità intellettuale di Lipsky, subentra la seduzione inevitabile che la personalità di Wallace esercitava su coloro che riuscivano a penetrare la sua solitudine.

L’ultima parte, dopo la rottura del rapporto di fiducia instauratosi tra i due, è quella della confessione e delle verità brutali.

Il film è un minuetto immerso nella neve del Midwest, un atto d’amore nei confronti di un gigante fragile,  ma al contempo una dichiarazione d’intenti sull’importanza delle parole, del confronto umano e dialettico.

Quando Wallace confessa a Lipsky la sua frustrazione nel non riuscire a rompere il paradigma tutto americano secondo cui “ogni traguardo raggiunto non è mai abbastanza” mette in discussione quella stessa idea del successo e della fama, a cui nessuno sembra in grado di sottrarsi e che lascia “una sorta di strana insoddisfazione, di vuoto, al cuore del proprio essere, che non si può colmare con qualcosa di esterno“.

Per amare The End of the Tour non occorre essere lettori di Wallace: non è un film per iniziati, nè vuole percorrere scorciatoie psicologiche, con l’illusione di spiegare il senso di una vita così bruscamente interrotta. Si limita, con la giusta misura, a rappresentare una parte del microcosmo di Wallace, la sua audacia narrativa, le sue idiosincrasie e le sue ossessioni, lasciando la curiosità di saperne di più, di leggere i suoi romanzi e i suoi saggi.

Non è poco.

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