Room. Recensione in anteprima!

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Room ***

Il quinto film dell’irlandese Lenny Abrahamson, già vincitore a Torino con Garage nel 2007 e tra le rivelazioni del Sundance del 2014 con Frank, è un altro tentativo di indagare la crudeltà e le ombre della mente.

I suoi protagonisti, fin dall’esordio di Adam & Paul si relazionano al mondo in modo del tutto particolare, vivono in un microcosmo separato, sono irregolari, feriti dalla vita e dalle sue convenzioni.

La ricerca di Abrahamson si fa sempre più radicale e dopo il musicista che si esibisce con un’enorme maschera da pupazzo, questa volta si spinge ancora oltre, raccontando la vita di un bambino di cinque anni, Jack, tenuto prigioniero in un capanno, fin dalla nascita.

Il loro aguzzino ‘Old Nick’ ha rapito la madre diciassettenne Joy e l’ha rinchiusa nella ‘stanza’ per sette lunghissimi anni. Jack è figlio di quella orrenda violenza, ma per la madre è l’unica ragione di vita.

Joy ha creato per Jack regole nuove, restringendo il loro mondo alle quattro mura di quella squallida prigione, che prende luce solo da un piccolo lucernario.

La vita deve continuare, in qualche modo, ed ogni pensile, ogni mobile, ogni oggetto che entra nella stanza ha una funzione nuova. Nonostante i lunghi anni di prigionia che hanno vinto giorno dopo giorno le residue resistenze di Joy, c’è sempre la speranza lontana che qualcosa possa accadere, che l’inferno travestito da purgatorio in cui è costretta a vivere, possa avere fine.

Quando Jack è sufficientemente grande e forte da comprendere la vera realtà in cui sono costretti, la madre escogita un trucco per cercare di farlo evadere. Ma come sarà il mondo fuori dalla stanza?

Ispirato dal caso Fritzl e tratto dal romanzo omonimo di Emma Donoghue, Room ha vinto l’ultimo Festival di Toronto, grazie alla straordinaria forza emotiva che Brie Larson e Jacob Tremblay riescono ad infondere ai due protagonisti.

Tremblay è un debuttante assoluto naturalmente, mentre la Larson, troppo spesso relegata in piccoli ruoli da caratterista, mostra di avere invece un meravigliosa espressività e una forza drammatica fuori dal comune, come già si intuiva nell’inedito Short Term 12, che le era valso il premio di miglior attrice al Festival di Locarno nel 2013.

Il loro universo è totalmente esclusivo, il loro rapporto è assoluto e simbiotico, come se il cordone ombelicale li legasse ancora. La loro vita nella stanza è scandita da una sorta di allenamento rituale che cerca di sfruttare sino in fondo il piccolo spazio in cui sono costretti.

Ma il film diventa ancor più interessante quando nella seconda parte, racconta la scoperta del mondo esterno da parte di Jacob, accecato dalla luce, costretto a camminare e fare le scale, ad incontrare uomini che sembrano tutti simili all’ ‘Old Nick’ che li teneva prigionieri.

Il ritorno alla vita è quasi impossibile anche per Joy: mentre lei è rimasta ferma a quel pomeriggio di sette anni prima in cui è stata rapita, il suo mondo, i suoi genitori, le sue amiche sono profondamente cambiati.

Abrahamson dimostra ancora una volta una sensibilità fuori dal comune, evitando qualsiasi trappola emotiva e dirigendo un film travolgente a ciglio asciutto.

La sua onestà di narratore costringe a fare i conti con la complessità delle psicologie dei suoi personaggi e con le illusioni della liberazione: là dove molti altri film si sarebbero fermati, Room ricomincia da capo, perchè ogni realtà può essere una prigione e bisogna venire a patti con le sue regole. E quello che poteva sembrare solo un racconto di sopravvivenza, diventa qualcosa di più profondo.

Rispetto al più squilibrato Frank, il nuovo film di Abrahamson ha una compattezza narrativa che si giova probabilmente del romanzo delle Donoghue e che consente una messa in scena senza sbavature di grande maturità espressiva.

Room è una delle sorprese della stagione. Non perdetelo.

In Italia uscirà il 3 marzo per Universal.

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