Fuochi d’artificio in pieno giorno

Fuochi d'artificio

Fuochi d’artificio in pieno giorno ***

Orso d’Oro nel 2014 al Festival di Berlino, il thriller di Diao Yinan esce finalmente in italia grazie alla piccola Movies Inspired.

Mentre i registi della quinta generazione ed i maestri di Hong Kong sembrano sempre più incapaci di uscire dagli obblighi produttivi ed ideologici imposti dalla locomotiva cinese e persino Jia Zhangke è costretto a mettere a freno il suo cinema esistenziale e struggente, in favore di un melò sciagurato e senz’anima come l’ultimo Mountains may depart, Yinan invece usa il cinema di genere e la detection, per raccontare la crudeltà di un paese che sembra aver perso la propria identità.

Il film si apre su un braccio avvolto nella plastica e gettato nel carbone: siamo nel 1999 e l’ispettore Zhang è incaricato delle indagini sul corpo misteriosamente smembrato e riapparso in diverse miniere del paese.

Il mistero sembra concludersi quando due balordi vengono arrestati in un salone di bellezza, di raro squallore.

Una piccola disattenzione, al momento dell’arresto, trasforma il salone in un mattatoio: quattro morti e lo stesso Zhang ferito.

Quattro anni dopo ritroviamo il protagonista ubriaco sul ciglio di una strada innevata. Un passante si ferma e gli ruba la moto. Zhang ha lasciato la polizia e lavora nella sicurezza di una grande impresa. L’unico suo svago è il ballo.

Ma quando un vecchio collega gli racconta di un nuovo caso che ha dei legami con quello di cinque anni prima, Zhang ricomincia le indagini privatamente. Tutte le tracce portano ad una lavanderia…

Nel film di Yinan il passato ossessiona i protagonisti con un abbraccio soffocante, che toglie il respiro. Gli errori si scontano con il sacrificio personale e l’esilio.

Il titolo italiano riprende quello cinese originale, ma quello internazionale è ancora più evocativo: Black Coal, Thin Ice.

Il film è tutto contenuto nel dualismo degli elementi: l’estate calda e afosa degli inizi, con la cappa infernale delle industrie di carbone, il sollievo di un anguria mangiata tutti assieme e poi l’inverno irreale della seconda parte, con la neve e il ghiaccio sottile su cui la verità sembra scivolare, nelle notti al neon in cui tutto finisce per confondersi. Vittime e carnefici, giustizia e vendetta, identità e motivi.

Yinan sfiora il melò, memore della grande lezione dei classici, quando il detective e la femme fatale finiscono per condividere segreti e solitudini, ma ha ben presente anche l’ironia feroce dei fratelli Coen, la loro disillusione ed il loro amaro senso del destino.

La Cina di Black Coal, Thin Ice è un posto crudele, senza umanità, senza più coordinate morali, in cui tutti sembrano nemici. La violenza è una risorsa come le altre ed esplode senza un vero motivo, proprio come i fuochi d’artificio finali, che sembrano raccontare lo stesso irriducibile disagio nei confronti del mondo, che manifestava lo Zi’Nicola de Le voci di dentro di Eduardo.

Quella era l’Italia distrutta e sconfitta del dopoguerra, questa è la Cina di oggi, motore – quasi – inesausto di sviluppo e ricchezza.

Mondi apparentemente lontani, ma in fondo non così distanti.

Molte le scene memorabili: la danza solitaria di Zhang, il lungo piano sequenza notturno sulla pista del ghiaccio, la riunione dei poliziotti che mangiano l’anguria, l’ellissi che lega le due parti, i fuochi finali. In pieno giorno.

Da non perdere.Fuochi d'artificio 1

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