Jodorowsky’s Dune

Jodorowsky's Dune poster

Jodorowsky’s Dune ***

Nel 1973 il cileno Alejandro Jodorowsky era già un intellettuale e regista di culto.

El Topo era stato un successo a sorpresa ed aveva lanciato la moda dei midnight movies: la controcultura ed il mondo giovanile aveva abbracciato il suo stile iperbolico, surrealista, le sue allucinazioni visionarie.

La montagna sacra era stato ancor più dirompente e l’aveva confermato come un talento dissacrante, dalle ambizioni sconfinate.

Il produttore e distributore francese Michel Seydoux, incontrandolo a Parigi, si dichiarò disponibile a produrre qualsiasi cosa avesse voluto.

Per motivi del tutto casuali e per il gusto della sfida, Jodorowsky decide che il suo prossimo film sarebbe stato l’adattamento di Dune, il romanzo fantascientifico di Frank Herbert. Un romanzo che lui neanche aveva letto, ma che gli era stato consigliato da amici che se n’erano innamorati.

Nasceva così uno dei più grandi progetti mai realizzati della storia del cinema: curiosamente proprio negli stessi anni in cui naufragava l’altro grande film incompiuto di quegli anni, il Napoleon di Stanley Kubrick.

E proprio dal regista inglese bisogna partire, per raccontare la storia di Dune. 2001: odissea nello spazio era uscito da pochi anni, rivoluzionando il mondo della science fiction e dimostrando che si sarebbe potuto rappresentare lo spazio in modo credibile e adulto.

Jodorowsky decise così di coinvolgere subito nel suo progetto Douglas Trumbull, che aveva curato gli effetti speciali di 2001.

Ma i due non condividevano lo stesso entusiasmo e Jodorowsky, per realizzare la sua space opera da 15 milioni di dollari, aveva bisogno di guerrieri, disposti a tutto.

Deluso e scoraggiato dalle risposte di Trumbull, negli Stati Uniti Jodorowsky vide Dark Star, l’esordio di John Carpenter, scritto e realizzato da Dan O’Bannon: entusiasta del risultato raggiunto con i pochi mezzi a disposizione, contattò O’Bannon e lo convinse a seguirlo a Parigi, nel castello che Seydoux aveva messo a disposizione della produzione, per scrivere la sceneggiatura di Dune.

Lì ad aspettare i due c’era già Moebius, il grande disegnatore francese, che Jodorowsky aveva coinvolto per disegnare gli storyboard del film, grazie al suo talento ed alla sua straordinaria velocità di esecuzione.

Man mano che il film prendeva forma ed altri collaboratori venivano coinvolti nel progetto, per disegnare costumi e astronavi, Jodorowsky prendeva decisioni importanti e non convenzionali, anche sul cast.

Il suo Dune sarebbe stato un progetto capace di parlare ai giovani di tutto il mondo. Paul Atreides avrebbe avuto la forza profetica di un nuovo messia. La sua ambizione cresceva mano a mano che i talenti coinvolti rafforzavano la struttura del progetto.

Dopo un lungo corteggiamento, proseguito per mezza Europa, Jodorowsky convinse Salvador Dalì ad interpretare la parte dell’Imperatore, con la promessa di scegliere la sua musa del momento, Amanda Lear, nei panni della principessa.

Dalì non sapeva nulla del romanzo di Herbert, ma era un surrealista come Jodorowsky ed era interessato a diventare l’attore più pagato del mondo. Dune glielo avrebbe consentito…dune-interview-a-20140613

Il ruolo del protagonista era stato invece affidato figlio di Jodorowsky, che aveva già partecipato a El topo, all’epoca appena adolescente, ma sottoposto ad un durissimo allenamento che comprendeva lezioni di arti marziali e combattimento con armi bianche, per sei ore al giorno nel corso di due lunghi anni.

Il capo degli Atreides sarebbe stato David Carradine, che Jodorowsky aveva visto  nella serie Kung Fu. Mentre per i cattivi Arkonnen, Jodorowsky aveva convinto nientemeno che Orson Welles e Mick Jagger.

La colonna sonora sarebbe stata interpretata da gruppi diversi per le due casate in lotta. Per gli Atreides, Jodorowsky aveva ottenuto la collaborazione dei Pink Floyd, che accettarono l’offerta durante le sessions di Dark Side of the Moon.

Per le grandi scenografie del pianeta Dune ed in particolare per la fortezza degli Arkonnen era stato infine coinvolto uno svizzero, che Dalì aveva suggerito al regista cileno: H.R.Giger.

Il progetto di Dune cresceva sino alle dimensioni di un film di durata spropositata, raccolto in un enorme libro, con lo storyboard completo del film, i costumi, le scenografie, le astronavi, il cast. Una copia del mastodontico volume fu inviata da Seydoux a tutte le major hollywoodiane.

Nessuna se la sentì di finanziare il progetto. Nessuna si fidò della capacità di Jodorowsky di tenere le redini di un progetto così grandioso. I rischi di sforamento del budget, quelli connessi al final cut del film ed alla sua durata, erano già diventati troppo rischiosi per la Hollywood del 1975.

Ma il film lasciò un’eredità tangibile nei progetti degli anni a venire. O’Bannon e Giger lavorarono ad Alien. Lucas e Spielberg utilizzarono probabilmente molte delle suggestioni di Jodorowsky e Moebius per Guerre Stellari ed I predatori dell’arca perduta. Zemeckis rubò probabilmente l’idea iniziale del lungo piano sequenza nell’Universo, per l’inizio di Contact. Persino in Prometheus ci sono intuizioni che risalgono al progetto Dune.

E Jodorowsky, incapace di portare a termine il film della sua vita, si accontentò di continuare la collaborazione con Moebius con la graphic novel dell’Incal e sfruttò le idee di Dune anche nella saga della Casta dei Meta-baroni.

La fine di Dune non fu che l’inizio di altri progetti, altri percorsi.

Lo splendido documentario di Frank Pavich, restituisce tutta la grandezza di Jodorowsky, il suo spirito iconoclasta, il suo entusiasmo contagioso, la sua filosofia di vita.

Sentirlo raccontare il lungo viaggio di Dune è ipnotico: per tutti coloro che parteciparono a quel progetto fu un momento di svolta che aprì altre strade.

Non c’è risentimento in Jodorowsky ed anche la delusione terribile di quel rifiuto è stata sublimata dalla consapevolezza di aver lasciato comunque una traccia ben visibile di sè.

Il documentario è un gioiello imperdibile, non solo per i fans, devoti del culto-Jodorowsky, ma per tutti gli appassionati di cinema.

I nomi coinvolti, l’entusiasmo e la passione del regista e dei suoi collaboratori sono commoventi e perpetuano l’ideale romantico dell’artista incapace di compromessi.

Ma le riflessioni finali sono assai più interessanti. Anche se quel film impossibile non si è mai concretizzato, ha lasciato radici solidissime per molti altri progetti futuri ed il lavoro fatto non è andato perduto.

Finora queste radici sono rimaste sottotraccia, il documentario di Pavich le ha finalmente esposte, ricostruendo finalmente la verità storica di uno dei film più incredibili e misconosciuti della storia del cinema.

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