Cannes 2014. Still the water

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Still the water **1/2

Il nuovo film di Naomi Kawase e’ un altro racconto di formazione che coinvolge due adolescenti, Kyoto e Kaito, che vivono sull’Isola subtropicale di Amami, in Giappone.

La Kawase, già vincitrice a Cannes de La Camera d’Or all’esordio con Moe no Sukazu e poi del Grand Prix della giuria per The Mourning Forest – Mogari no mori, non ha mai conosciuto una distribuzione italiana.

Da sempre il suo cinema racconta l’adolescenza e la conquista della propria identità, in un contesto naturalistico incombente e ancestrale.

Battuta da tifoni e tempeste, l’isola e’ proprio uno dei protagonisti del film.

La Kawase ne filma la natura lussureggiante, le spiagge assolate, le onde che portano tempeste, gli alberi corrosi dalla salsedine, la luce del sole che filtra tra i rami, le profondita’ marine.

Dal punto di vista paesaggistico, Still the water e’ un capolavoro.

Piu’ ordinario invece e’ il racconto vero e proprio. Kaito deve confrontarsi con la separazione dei genitori. Il padre e’ tornato a Tokyo, gli serve l’energia e il calore della capitale. La madre invece, che lavora in un ristorante sulla spiaggia, si e’ legata ad altri uomini.

Kyoto invece ha un padre affettuoso che gestisce un bar, ma la madre e’ gravemente malata. Torna a casa dall’ospedale dov’era ricoverata per affrontare gli ultimi giorni con la sua famiglia.

Il rapporto tra i due ragazzi risente delle tensioni e del dolore che le rispettive famiglie portano con se’. Eppure questo non impedira’ ai due protagonisti di scoprire la forza dei sentimenti.

Scritto cosi’ sembra in effetti un soggetto gia’ visto mille volte, magari in qualche manga per adolescenti. Ed in effetti la storia della Kawase non brilla per originalita’. Il melo’ pero’ e’ nobilitato dal magnifico contesto naturale e dalla grazia della messa in scena, attenta ai particolari ed al sapore delle tradizioni, almeno quanto ad esplorare i volti dei suoi attori.

Jun Yoshinaga e Nijiro Murakami sono entrambi perfetti per naturalezza e simpatia, talmente belli da essere quasi irreali.

C’e’ evidentemente il rischio di un estetismo di maniera, che la Kawase non sempre riesce ad controllare ed evitare, soprattutto nella lunga ed un po’ stucchevole scena della morte della madre, così come in tutta la parte che si svolge a Tokyo, ma il suo film si giova comunque di una leggerezza mai superficiale.

Una sorpresa.

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