Mereghetti su Anni felici

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La recensione di Paolo Mereghetti è dedicata al nuovo film di Daniele Luchetti, che ha rifiutato Venezia, per debuttare a Toronto.

Tre stellette secondo il critico del Corriere, che loda incondizionatamente i due attori protagonisti, Kim Rossi Stuart e Micaela Ramazzotti:

[…] Ambientato nell’estate del 1974, Anni felici racconta il momento di crisi ma anche di maturazione cui vanno incontro Guido e Serena. Lui è un artista legato al mondo dell’avanguardia, che trasforma in lampade i corpi nudi delle modelle e immagina performance che dovrebbero mettere in discussione i valori della borghesia; lei è la figlia di una tradizionale famiglia di commercianti, convinta che la propria felicità passi attraverso quella del marito e dei figli

[…] A rompere questa quotidianità fatta di rabbie, litigi e riconciliazioni arriva Helke (Martina Gedeck), la gallerista di Guido, che invita Serena e i bambini a seguirla in una vacanza «femminista» in Camargue

[…] Luchetti e il direttore della fotografia Claudio Collepiccolo pedinano Kim Rossi Stuart e Micaela Ramazzotti da vicinissimo, riempiendo lo schermo con i loro primi piani, come per non farsi sfuggire anche le più piccole sfumature dei due volti: lui capace di nascondere dietro gli occhiali neri le contraddittorie ambizioni d’artista che gli si agitano dentro, lei pronta a svelare con disarmante sincerità gli insoliti percorsi del suo cuore

Così che quando la macchina da presa si allontana dai loro volti, come nella scena in cui Guido tira fuori tutta la sua malafede maschilista di fronte alla scoperta del tradimento di Serena, ti sembra di sentire una mezza nota stonata, in confronto all’«armonia» dei primissimi piani. Dove invece la tensione autobiografica del regista funziona bene è nella ricostruzione di quegli anni Settanta, i cui sogni&bisogni, a cominciare dalle tensioni politiche del post Sessantotto e dalle rivendicazioni identitarie del Femminismo, sono raccontati con uno sguardo di indulgente tenerezza e una comprensione che evita facili ironie e stonati giudizi ex post. Persino la performance di Guido alla Triennale di Milano sembra un’operazione di un qualche interesse, soprattutto nel sottolineare il «fallimento» di un artista che muovendosi in un ambito (piccolo) borghese sembra poter trarre la sua ispirazione solo dal materiale della propria esperienza (come è infatti l’opera finale, che dimostra il suo autentico valore). La qual cosa aprirebbe interessanti spunti di riflessione soprattutto sul cinema italiano di oggi…

Tre stelle.

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