Locarno 2013. Mouton

Mouton

Mouton ***1/2

Nel 2009 Aurélien detto Mouton (pecora) ha diciassette anni, non ha mai conosciuto suo padre e ha una madre incapace di prendersi cura di lui. Il tribunale di Caen gli concede l’emancipazione dai genitori, e Mouton si trasferisce a Courselles-sur-mer, nei pressi di Le Havre, dove inizia a lavorare come aiutante in un ristorante specializzato in piatti di pesce. La vita scorre tranquilla tra lavoro amicizie e qualche ragazza, fino alla festa di Sant’Anna nel gennaio 2012 – quando la vita di Mouton cambierà per sempre.

Locarno 2013 è stato, per molti versi, il Festival dei registi in coppia. Marianne Pistone e Gilles Deroo hanno un passato nel documentario, e collaborano alla regia di corto e mediometraggi dal 2004. Mouton è il loro primo lungometraggio di finzione, di cui sono sceneggiatori, registi e responsabili del montaggio – il film ha vinto a buon diritto il premio speciale della giuria nella categoria Cineasti del Presente.

Mouton sembra, per certi versi, la continuazione de Gli anni in tasca di Francois Truffaut: che cosa sarebbe potuto succedere al piccolo Julien Leclou, il ragazzino maltrattato da madre e nonna e allontanato dalla tutela familiare? Pistone e Deroo scelgono attori non professionisti e un remoto villagio della Francia del Nord per raccontare la loro versione della storia, con quel disincanto e quel profondo senso dell’umanità che ha caratterizzato l’opera del grande regista francese.

Sono passati tanti anni dalle storie delle famiglie di Thiers, però, e le vicende di Mouton mancano dell’ottimismo e dello spirito scanzonato dell’epoca – non ci sono più corse gioiose all’assalto della scuola, o momenti di solidarietà comunitaria alla ricerca di portafogli perduti. Il paesaggio è cupo e invernale, il lavoro è scarso e duro, le fiere di paese sono momenti forzati e grotteschi che la camera da presa registra impietosa, riprendendo tutto con fredda lucidità e senza orpelli o abbellimenti.

Mouton è un film difficile e spesso sgradevole, che spinge ad interrogarci sui concetti che abbiamo di solidarietà, rispetto e umanità attraverso immagini rigorose e mai melodrammatiche. Un’opera coraggiosa, che rimane impressa nella mente e nel cuore, e che con un po’ di fortuna (e l’aiuto del premio locarnese per la distribuzione) troverà spazio nelle sale europee.

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