Mereghetti su L’uomo d’acciaio

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Paolo Mereghetti recensisce questa settimana il nuovo Superman, L’umo d’acciaio di Zack Snyder, dandone una forte interpretazione politica:
Questo è l’interrogativo con cui si apre il suo pezzo per il Corriere:

E se Krypton fosse il regno del Comunismo, destinato ad implodere in se stesso per aver troppo sfruttato gli Uomini e la Natura? E Jor-El (il padre di Superman, per intenderci) ne fosse l’ideologo pentito, conscio degli errori compiuti e deciso a salvare il meglio di un pensiero che aveva creduto positivo e libertario lanciando verso la Terra il suo unico figlio? In modo che Kar-El, alias Clark Kent alias Superman potesse diventare una specie di «salvatore laico», capace di coniugare i propri principi ugualitari e umanitari con il senso di una nuova morale?

[…] dietro a L’uomo d’acciaio c’è lo zampino di Christopher Nolan (coautore del soggetto con lo sceneggiatore David S. Goyer e coproduttore del film), abilissimo nel rileggere i miti del fumetto per trovarne nuove possibili chiavi interpretative.

A noi sembra una lettura un po’ azzardata, anche perché l’abilità di Nolan è proprio quella di mescolare nelle sue storie molte suggestioni diverse, senza lasciare che una prevalga sulle altre, ma creando un sottotesto allarmante e contemporaneo a storie nate 70 anni fa.

Ma Mereghetti riprende la metafora anche nel finale:

[…] Inizia qui (e manca ancora un’ora e venti di film) lo scontro tra i «comunisti» venuti dallo spazio guidati da Zod e il Supereroe disposto a difendere la democrazia occidentale perché sulla Terra ha scoperto dosi concentrate di morale. E questo fa la differenza, come ci ricorda più di una battuta.

Peccato che poi il film non abbia l’audacia di continuare su questa strada e scivoli in una specie di messianesimo muscoloso e tonitruante. Superman (che a volte vola con il pugno chiuso ma altre volte, cristologicamente, con le braccia aperte) diventa un «normalissimo» salvatore dell’umanità anche se, per combattere chi distrugge Metropolis/New York come neanche Al Qaeda l’undici settembre, finisce per sbriciolare quel poco che era rimasto in piedi, denunciando una filosofia dello spettacolo bellico che non si preoccupa minimamente dei possibili «effetti collaterali»: per battere il nemico è permesso tutto. Non però divertire l’intelligenza dello spettatore: dopo una prima parte politico-problematica, la seconda è solo una serie ininterrotta (e piuttosto noiosa) di effetti speciali, incapace di tener sveglia la nostra attenzione. Tanto lo sappiamo che alla fine deve vincere Superman.

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