Effetti collaterali – Recensione in anteprima

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Effetti collaterali ***

Side Effects virtually demands a three-word review: Just see it.

Richard Corliss, Time, 2013

Ultimo film per il cinema di Steven Soderbergh, prima dell’annunciato ritiro, Effetti collaterali segna la terza collaborazione con lo sceneggiatore Scott Z. Burns, già autore dei copioni di The Informant! e Contagion.

E’ un’opera di congedo quindi – prima dell’ultimissimo Behind the Candelabra, girato per la HBO.

Ed è un riuscitissimo thriller sullo sfondo della Manatthan ricca e borghese degli squali della finanza e dei pagatissimi psichiatri: il magnifico congegno narrativo ideato da Burns non sarebbe spiaciuto ad Alfred Hitchcock.

Emily è una giovane impiegata in uno studio di design. Il marito sta per essere rilasciato dopo 4 anni scontati in carcere per insider trading.

La vita facile di un tempo non è più la stessa: niente barche a vela, villa al mare e party esclusivi. Emily vive a Manatthan in un piccolo appartamento.

Il rilascio del marito la spinge in uno stato depressivo molto forte. Tenta una prima volta il suicidio, lanciandosi con la propria autovettura, contro il muro del garage. Ricoverata in ospedale, conosce il Dott. Banks, brillante psichiatra, che la prende sotto la sua ala protettrice, le prescrive degli antidepressivi, che non migliorano però la situazione.

Emily viene salvata da una guardia, mentre tenta di buttarsi sotto la metropolitana e rimane in uno stato catatonico anche sul lavoro.

Il Dott. Banks, dopo aver conosciuto la predente psichiatra della donna, la Dott.ssa Victoria Siebert, le prescrive un nuovo farmaco, che sembra finalmente funzionare.

Emily si riprende ed il rapporto col marito è di nuovo felice. Ma c’è qualche singolare effetto collaterale che distruggerà il matrimonio del Dott. Banks e metterà a repentaglio la sua carriera.

Vi lasciamo tutta la sorpresa di scoprire da soli il resto della storia.

Vi basti sapere che il thriller procede spedito per i suoi 106 minuti demolendo pian piano tutte le sicurezze dello spettatore.

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Come sempre la messa in scena controllatissima e la fotografia nitida di Soderbergh aumenta il senso di straniamento e alienazione dei suoi protagonisti.

Molto più vicino all’esattezza cartesiana di Demme – di cui cita il bellissimo e dimenticato Il segno degli Hannan – che non all’esuberanza barocca di De Palma, Soderbergh ci lascia con uno dei suoi film più riusciti, un’opera di genere, come molte delle sue ultime, apparentemente lontanissima dagli esordi di Sesso bugie e videotepe, se non per lo stesso sguardo glaciale e la stessa abilità narrativa.

Come ha scritto Kenneth Turan sul Los Angeles Times:  If this does prove to be Soderbergh’s final film — and I wouldn’t hold my breath — he picked a heck of a one to go out on. 1

Arrivati al termine – o quantomeno ad un punto fermo – di una carriera assai poco interpretabile secondo i classici schemi della politique des auteurs, sarebbe interessante ripensare criticamente questi venticinque anni con una distanza forse necessaria per comprendere l’importanza di Soderbergh nel quadro di quella new wave del cinema indipendente americano a cavallo degli anni ’90, di cui anche Spike Lee, i fratelli Coen, Quentin Tarantino hanno fatto parte.

La capacità di passare da un genere all’altro, di alternare il remake di Solaris a Traffic, il monumentale Che alla serie di Danny Ocean, di maneggiare con la stessa disinvoltura budget e produzioni mainstream e film piccolissimi come Bubble, la sua straordinaria velocità di esecuzione, unite ad un’esibita modestia, ne fanno un irregolare che non ha eguali nel panorama produttivo statunitense.

La fortuna critica immediata e poi rinnovata una seconda volta a distanza di dieci anni sancita dall’Oscar conquistato con Traffic, non l’hanno mai spinto ad assecondare soluzioni manieristiche.

Artigiano della messa in scena, capace di adattarsi ad ogni soggetto, Soderbergh ha mescolato felicemente la fisicità dei corpi attoriali, confrontandosi con il divismo degli anni 2000 senza alcuna paura, anzi facendosi autore della costituzione di un nuovo Rat Pack e spingendosi sino ad includere nel suo cinema vere e proprie icone alternative come la pornostar Sasha Grey e la campionessa di arti marziali Gina Carano.

In questo ultimi Effetti collaterali, ha utilizzato alcuni attori già impegnati in passato come Jude Law, Catherine Zeta Jones e Channing Tatum, accanto ad una protagonista inedita, Rooney Mara, lanciata da The Social Network e Uomini che odiano le donne.

Molto spesso Soderbergh ha lavorato sulle linee di frattura dell’economia capitalistica, dal ruolo delle corporation, agli effetti collaterali dell’economia dell’arricchimento, mettendone in luce le conseguenze sulla salute, sull’ambiente, sull’idea stessa del sogno americano. Anche nel suo ultimo film, alle spalle di un thriller solidissimo e pieno di colpi di scena, c’è una evidente critica all’abuso di farmaci, agli interessi delle case farmaceutiche, alla finanza speculativa capace di spingere gli uomini ad ogni nefandezza.

Soderbergh non fa mai la voce grossa, non usa il cinema come una tribuna, ma continua ad insinuare dubbi ed a porre domande, anche quando alla fine parla dell’animo umano e dell’avidità nascosta, come nel caso di Effetti collaterali.

In sala dal 1 maggio.

Side Effects poster

1. Kenneth Turan, Steven Soderbergh’s talent has positive ‘Side Effects’, Los Angeles Times 7.2.2013

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