Tabu

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Tabu ***

Presentato in anteprima al Festival di Berlino lo scorso febbraio, il nuovo film del giovane regista portoghese Miguel Gomes è stato ospitato a Locarno ed a Torino. In Italia si è visto solo allo Spazio Oberdan ed in qualche rassegna per cinephiles, ma è stato uno dei fenomeni cinematografici dell’anno.

Girato in bianco e nero e diviso in un prologo ed in due parti nettamente distinte per stile e messa in scena, Tabu è un piccolo gioiello che vi invitiamo a recuperare, con la pazienza che si deve al cinema che mette in discussione le confortevoli abitudini narrative.

Il prologo racconta la leggenda di un intrepido cacciatore nell’Africa coloniale, che si uccide buttandosi in un fiume infestato dai coccodrilli, per amore di una bellissima donna, che lo segue come un fantasma.

Quello che  vediamo sembra essere parte di un film a cui assiste Pilar, all’inizio del primo episodio “Paradiso Perduto”.

Pilar è una donna di mezza età che vive da sola, in un condominio di Lisbona: la sua vita è dedicata agli altri. Ospita ragazzi stranieri, segue le attività della sua comunità parrocchiale, assiste l’anziana vicina, Aurora, e la sua badante, Santa. Un pittore senza talento tenta di conquistarne il cuore, ma senza grande fortuna.

Quando le condizioni di salute di Aurora peggiorano improvvisamente, quest’ultima chiede a Pilar di rintracciare un uomo, Gian Luca Ventura.

Ventura è un vecchio musicista ed esploratore che ha passato la sua gioventù in Mozambico, ai tempi una colonia portoghese.

Attraverso le sue parole viene introdotta la seconda parte del film, “Paradiso”: “Aurora aveva una fattoria in Mozambico, alle falde del monte Tabu…”

Comincia così un melò senza parole, ambientato nell’Africa coloniale tra la bella e giovane Aurora, cacciatrice infallibile, felicemente sposata, che finisce per innamorarsi di Ventura, proprio mentre aspetta un figlio dal marito.

I due tentano prima la separazione, quindi una fuga impossibile.

Tabu è molte cose assieme: racconto etnografico, film d’autore europeo, storia d’amore disperata e folle, omaggio a Murnau ed al cinema delle origini. Su tutto aleggia una leggerezza d’intenti che ne vivifica anche le parti più compassate.

Nel film, Aurora è la consulente di un’immaginaria produzione hollywoodiana – It Will Never Snow Again Over Kilimanjaro, una sorta di sequel del film tratto dal romanzo di Hemingway – ma considera il cinema un gioco insignificante.

Gomes sembra quasi voler prendere in giro la cinefilia più seriosa, contrapponendo ad una prima parte realistica e malinconica, un secondo tempo avventuroso, passionale, eppure privo di qualsiasi dialogo, con i rumori delle lunghe giornate africane, rotti solo dalla voce fuori campo del protagonista.

Mentre nella prima parte gli attori hanno seguito scrupolosamente il copione, nella seconda Gomes ha lasciato che improvvisassero interamente le loro parti, in modo del tutto eccentrico, ma efficace.

Se “Paradiso Perduto” sembra uscito da un film di Bergman o di Antonioni degli anni ’60, “Paradiso” appare come un riuscito adattamento di un racconto di Karen Blixen sui ricchi e annoiati borghesi nella fatale terra africana.

A Gomes non interessa dipingere il colonialismo con colori realistici, ma richiamare lo spirito avventuroso e romantico di un paese pieno di bellezza e pericolo.

Tabu è un sogno nostalgico: ricordi e suggestioni di un passato corrotto e decadente ne sono il tratto più forte.

Da non perdere.

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