Mereghetti su Argo

Ottobre e novembre sono mesi caldissimi per il cinema. Le uscite importanti si susseguono senza sosta. Questo weekend troverete in sala Argo di Ben Affleck. Terzo film come regista per l’attore bostoniano, che sarà tra i protagonisti della prossima notte degli Oscar.

Paolo Mereghetti gli dedica la sua recensione settimanale sul Corriere: il film racconta la rocambolesca fuga di sei diplomatici americani da Teheran, dopo l’assedio dell’ambasciata che costò la rielezione a Jimmy Carter.

I sei riuscirono temporaneamente a rifugiarsi a casa dell’ambasciatore canadese quando i khomeinisti attaccarono la sede americana. La CIA fece di tutto per riportarli a casa sani e salvi. Gli altri 52 diplomatici restarono in ostaggio ben 444 giorni dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981.

[…] Il Dipartimento di Stato si ingegnò in tutti i modi per salvarli e farli uscire dal Paese. E il membro della Cia Tony Mendez si convinse che il modo migliore era quello di «trasformarli» nei membri di una troupe cinematografica, in Iran per un sopralluogo.

Un lavoro di copertura che aveva bisogno di qualcosa di ben più concreto che qualche documento falso e per il quale Tony Mendez (interpretato dallo stesso Affleck) si darà subito da fare, coinvolgendo nell’operazione l’amico John Chambers (John Goodman), esperto di trucchi e maquillage che aveva al suo attivo film come Il pianeta delle scimmie e Star Trek.

Questa è la parte più divertente del film, perché gioca con molti degli stereotipi del cinema e di Hollywood, a cominciare dall’abilità di far passare per vero il falso e viceversa.

[…] Il meccanismo di Argo – l’operazione della Cia e il film di Ben Affleck – ci mostra che entrambi si reggono sull’ambiguo rapporto che il cinema instaura con la realtà. Realtà lui stesso – la macchina cinema è qualche cosa di concretissimo e tangibile – il film riesce però a vivere solo grazie alla forza dell’immaginario, che finisce per modificare profondamente il suo «statuto» di realtà. Trasformando il meccanismo cinematografico in qualche cosa di diverso, di più complesso.

[…] il film ce lo racconta con belle scene e un ottimo ritmo, oltre che con uno sguardo fin troppo positivo sulla Cia, ma soprattutto con la sensazione di esserci avvicinati almeno per un momento al vero nodo del mistero cinematografico: che è quello di saper trasformare anche le bugie più improbabili in storie «autentiche». O almeno che lo sembrino.

 

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