Mereghetti su Reality

Esce in sala questo weekend il nuovo film di Matteo Garrone, Reality, Grand Prix a sorpresa all’ultimo Festival di Cannes, dove era stato accolto piutosto male dalla stampa internazionale.

Garrone arrivava da tre film di grande interesse, L’imbalsamatore, Primo amore e Gomorra, ma qui ha voluto tirarsi fuori dalla cupezza tragica di quei film, regalandoci in fondo una commedia surreale, magari amarissima, ma che sembra arrivare un po’ troppo in ritardo a fare la morale sul sogno televisivo di popolarità e ricchezza e sul degrado del nostro immaginario nazionale.

La riflessione di Mereghetti sul Corriere di oggi cerca infatti una chiave interpretativa diversa: “la trama del nuovo film di Matteo Garrone, premiato all’ultimo festival di Cannes con il Gran premio alla regia, è molto semplice ma rischia anche di portare fuori strada. Reality non è un film sulla televisione e le sue chimere ma piuttosto una riflessione – in chiave antropologica, di studio sull’uomo – sulla confusione tra la realtà e la sua rappresentazione. E sull’impoverimento dell’immaginario popolare.”

Reality è costruito “sull’alternanza tra la trasfigurazione del reale (operata dal consumismo e dai suoi miti) e i crudi dati della realtà.

Che cos’è diventato un matrimonio? Una favola dolcissima, sembra dire la prima mirabolante panoramica dal cielo, con la carrozza dorata che entra in un moderno castello, tra ali di domestici in parrucca e colombe bianche. Ma anche una catena di montaggio dove tutti devono correre per non perdere il loro turno e una coppia di sposi sembra intercambiabile con l’altra.

Ancora: chi è Enzo, il concorrente del Grande Fratello che è restato nella «casa» per cento e passa giorni e che gli sposi sono onorati di avere al loro ricevimento? «L’uomo più desiderato», come grida lo speaker accogliendolo, oppure una specie di burattino dell’entertainment che ripete a macchinetta sempre le stesse battute («Never Give Up») e ha stampato in faccia un sorriso stereotipato? […]

Che mondo è quello che Luciano si immagina, quello che giorno dopo giorno finisce per risucchiarlo? Un mondo dove i dati di realtà non hanno più forza, dove una cliente al banco del pesce è trasformata in una selezionatrice tivù e un povero mendicante diventa l’emissario-spia del Grande Fratello, dove i sogni di successo e popolarità che una volta sembravano contagiare i più fragili (evidenti le citazioni da Bellissima di Visconti e Lo sceicco bianco di Fellini) ormai sono diventati patologia diffusa […]

Il risultato è un affresco dell’Italia come forse nemmeno Pasolini nelle sue più fosche previsioni avrebbe immaginato: un Paese senza cultura e senza anima, senza morale e senza spina dorsale, dove alla fine per realizzare i tuoi sogni puoi solo «smaterializzarti» (ecco perché nessuno vede Luciano), diventare trasparente a uomini e cose e accontentarti di essere un puntino nemmeno tanto luminoso, sperduto in un mondo che non è più nemmeno capace di vergognarsi di se stesso.

Per una volta, si potrebbe dire che la recensione è molto più significativa del film stesso…

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