La frode

La frode **1/2

Arbitrage è il primo film di Nicholas Jarecki, fratello di Andrew (Una famiglia americana, Love & Secrets) ed Eugene (Why we fight), dopo una serie di progetti come sceneggiatore, produttore e documentarista.

Jarecki avrebbe voluto girare Arbitrage con Al Pacino, nel ruolo del protagonista. Non sappiamo poi cosa sia successo, ma la scelta di Richard Gere non avrebbe potuto essere più felice, per interpretare Robert Miller, un ricchissimo magnate della finanza, che vive nel mondo ovattato di Gramercy Park, tra limousine, aerei privati, collezioni d’arte ed eventi di beneficenza.

Eppure Robert Miller nasconde dietro il fascino senza tempo di Gere, una crudeltà spietata e distruttiva: un cattivo investimento in una miniera russa ha creato un buco di 400 milioni di dollari nella sua società, che ha coperto con la frode e l’inganno ai danni dei suoi azionisti e della figlia Brooke, a capo del reparto finanziario del suo impero.

Robert sta cercando di vendere la sua società ad una grossa banca d’investimento proprio per occultare le enormi perdite.

Ma, come se non bastasse, tradisce l’adorata moglie con una giovane gallerista francese, a cui fa anche da mecenate ed a cui ha fatto promesse che non potrà mantenere.

Una sera, dopo una serata di gala, la riaccompagna a casa, ma nel tragitto un colpo di sonno provoca un incidente mortale, da cui scapperà senza prestare soccorso e senza chiamare la polizia, ma facendosi venire a prendere dal figlio di un suo vecchio autista, Jimmy Grant, l’unica persona di colore, nel suo pallido mondo di ricchi wasp.

Alle sue costole c’è il cinico detective Bryer, che sembra aver compreso tutto, ma a cui mancano le prove.

Cerca così di incastrare il giovane Jimmy Grant, l’anello debole di un alibi che sembra sempre sul punto di crollare.

Al Pacino è uno dei giganti del palcoscenico del XX secolo, ma è un perfetto anti-eroe della Hollywood anni ’70, un dropout, che difficilmente sarebbe stato credibile ed a suo agio nel mondo ovattato di Robert Miller.

La scelta di Gere è stata vincente, perchè riesce a rendere appasionante un personaggio che il pubblico avrebbe dovuto detestare sin dalla prima scena.

Robert Miller è uno squalo, un uomo che ha capito che il denaro è dventato l’unico metro di giudizio di questo mondo.

Un padre capace di rovinare la vita alla figlia che lo venera e che non si fa scrupolo di trattare moglie e amante con la stessa superficiale condiscendenza: entrambe donne oggetto, da ostentare nei momenti più opportuni, tenendole poi a bada con assegni a sei zeri.

Un farabutto che lascia morire nelle fiamme la donna che gli sta accanto, scappando da un incidente che lui stesso ha provocato, chiedendo aiuto ad un ragazzo incolpevole, travolto dagli eventi.

Eppure la bravura di Jarecki sta proprio nel rendere appassionante il racconto di questo “padrone dell’universo”, fratello illegittimo del Gordon Gekko di Wall Street, caduto in un incubo simile a quello di Sherman McCoy ne Il falò delle vanità.

Ma se nel romanzo di Wolfe, la caduta era tragicomica e rovinosa, in Arbitrage, Jarecki riserva a Miller un destino assai diverso: le vere vittime sono fuori campo, magari sono sedute in platea.

Robert Miller è uno di quegli uomini capaci di cadere sempre in piedi, un perfido manipolatore con il sorriso placido del grande affabulatore.

Jarecki conosce bene quel mondo, entrambi i genitori ne sono parte integrante. Il suo è thriller dostoevskiano, in cui il delitto rimane impunito. Ma qui non ci sono sensi di colpa, solo il ricatto del denaro.

Nessuno è più innocente, la polizia imbroglia, gli avvocati corrompono, tutti pretendono un tornaconto. Il sogno americano è diventato un incubo nerissimo, che si mostra con il volto sorridente e affabile del potere.

La fotografia di Yorick Le Saux (Io sono l’amore) coglie alla perfezione gli interni lussuosi e le luci soffuse, la colonna sonora di Cliff Martinez (Drive) non è mai invadente od esornativa.

La regia di Jarecki è nervosa, la sua macchiana da presa spezza continuamente le angolature del campo/controcampo, restituendo l’ansia del suo protagonista e la precarietà del suo universo, continuamente minacciato da eventi che lo spingono sull’orlo della crisi.

Letitia Casta è di imbarazzante pochezza in un ruolo fortunatamente piccolo, Tim Roth è un ordinario poliziotto rancoroso, Brit Marling, la figlia ingenua e dalla lacrima facile.

Su tutti si erge la performance di assoluto livello di Richard Gere: è un leone in gabbia che lotta per la sopravvivenza, perfettamente assecondato da una sceneggiatura molto ben costruita e da una regia che ne esalta la gestualità predatoria e la proverbiale camminata. Abita Robert Miller con una naturalezza invidiabile e ne rende credibile la diabolica capità di affascinare i suoi interlocutori.

Uno dei ruoli più significativi della sua lunga carriera.

Lo scontro in pre-finale con la moglie Susan Sarandon è da antologia: la donna colpisce duro, dando sfogo ad una vita di silenzioso risentimento, proprio dove fa più male. Robert finalmente si rende conto della colossale bugia su cui ha costruito tutta la sua vita. Non c’è più spazio per recuperare. Restano solo gli applausi vuoti di una platea prona al Dio denaro.

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