Venezia 2012. Passion

Passion **1/2

In concorso

Dopo sei anni di silenzio, seguiti alle polemiche infinite che hanno circondato il suo capolavoro sulla guerra in medioriente, Redacted – Leone d’Argento alla Mostra del 2006 – Brian De Palma torna al thriller con questo controverso Passion.

Il film è il remake del francese Crime d’amour e racconta lo scontro tra due donne di potere, Christine la copyrighter di una grande agenzia pubblicitaria e Isabelle, il suo fidato braccio destro.

Il rapporto tra le due, segnato dall’ambiguità di Christine, si incrina quando quest’ultima si appropria di un’idea per una campagna pubblicitaria di uno smartphone, ideata da Isabelle.

A complicare le cose c’è un uomo, Dirk, collaboratore della società di Christine, ma diviso tra le due donne.

Dirk ha frodato la società e truccato i conti. Christine l’ha scoperto e minaccia di denunciarlo.

Nel frattempo Isabelle scavalca il suo capo e pubblica online la campagna per lo smartphone, rifiutata dalla committente. Il successo travolgente dello spot, convince gli investitori a ripensarci e la carriera di Isabelle prende il volo.

Tra le due donne la tensione sale alle stelle, ma Isabelle ha un alleato inaspettato e fedele, la sua collaboratrice Dani.

Mentre Isabelle è a teatro, ad un balletto, Christine viene uccisa. I sospetti ricadono inevitabilmente su di lei.

Brian De Palma usa la medesima struttura del film di Corneau, ma la fa interamente sua, arricchendola delle ossessioni che hanno caratterizzato tutto il suo cinema: il tema del doppio, la falsificazione delle verità ufficiali, il ruolo della tecnologia e l’occhio che ci spia, il voyerismo ed il doppio sogno del cinema.

Mentre il film di Corneau arriva classicamente al suo epilogo, dopo un ingegnoso detour, quello di De Palma si avvolge su se stesso, si spinge nel regno onirico, lasciando che lo spettatore perda ogni certezza. E’ cinema teorico.

Se all’inizio la differenza tra sogno e realtà è chiaramente individuabile da un deciso cambio di prospettiva e di inquadrature, che diventano improvvisamente fuori asse, con tagli di luce trasversali da film noir, in seguito De Palma mischia le carte e si diverte a mettere in crisi lo statuto ontologico delle immagini e della realtà.

Questo ovviamente disorieta, lascia interdetti: un po’ come in Femme Fatale, la soluzione non è quella che ci sembrava di avere inteso e forse non c’è se non nel The End finale.

Viene in mente in proposito Il grande sonno di Hawks, nel quale i conti non tornano e nel quale neppure gli attori sapevano orientarsi nei colpi di scena infiniti della trama.

Passion spinge la riflessione del maestro di Newark sul cinema e la verità sino al punto di non ritorno, con una radicalità che non aiuterà di certo il film a trovare il successo di altre sue opere.

Alla fine, per dirla con Monroe Starr de Gli ultimi fuochi, anche De Palma “stava solo facendo del cinema”.

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