Mereghetti su La guerra è dichiarata

Questa settimana Paolo Mereghetti si occupa di un film francese molto discusso e di grande successo in patria nella scorsa stagione, che arriva solo ora in Italia: La guerra è dichiarata di Valerie Donzelli, scelto per rappresentare la Francia agli Oscar dell’anno passato.

Trentanove anni, studi di architettura prima di passare al cinema, conosciuta più per i suoi ruoli televisivi che cinematografici, Valérie Donzelli si fa notare al festival di Locarno del 2009 come regista (La reine des pommes, La regina delle mele, inedito in Italia) per esplodere nel 2011 aprendo la Semaine de la critique a Cannes con La guerre est déclarée, adesso distribuito anche in Italia. Cosa racconta il film ce lo dice senza tanti infingimenti la prima scena, dove un ragazzo di otto anni, accompagnato dalla mamma, si sottopone a una risonanza magnetica. Il risultato è positivo: nessun pericolo per il piccolo Adamo. Tutto bene.

Quello che lo spettatore capisce immediatamente è che, per sottoporsi a una visita così specifica, in passato il bambino qualche problema lo deve avere avuto. Quello che invece può non sapere è che la mamma e il figlio sono tali anche nella vita reale: lei è Valérie Donzelli, regista ma qui anche interprete, nel ruolo di Giulietta; lui è Gabriel Elkaïm, il bambino che la Donzelli ha avuto da Jérémie Elkaïm, che vedremo nelle scene immediatamente successive, nel ruolo di Romeo.

Dopo la prima scena, infatti, il film torna indietro di una decina d’anni, durante una festa dove Romeo e Giulietta si incontrano, scherzano sui loro nomi shakespeariani, si innamorano e decidono di affrontare la vita (e i sogni di sfondare nel cinema) insieme. E fin da questo salto indietro, quando il piccolo Adamo ancora non era nato, si capisce come il tono della messa in scena non sia quello del melodramma o del dramma tout court ma piuttosto quello della commedia. Un tono che la regia ottiene grazie a una libertà di linguaggio e di invenzioni sorprendente e dissacrante, usando per esempio tanti piccoli estratti dai film scientifici di Jean Painlevé per spiegare il colpo di fulmine che scatta nelle loro teste (in realtà sono fotogrammi sulla cristallizzazione dello zucchero, ma a chi interessa questo tipo di verità scientifica?). Oppure inquadra L’origine della vita di Courbet per «raccontare» la nascita del loro figlio.

[…]

Di ognuna delle varie «stazioni» di questa laicissima via crucis, la Donzelli mette in evidenza i momenti di involontaria comicità (la pediatra che, dopo aver intuito la gravità della malattia, per chiamare l’ospedale solleva la cornetta di un telefono giocattolo che ha sulla scrivania), senza preoccuparsi di essere scorretta o oltraggiosa (la serie di battute, sempre più allusive e «pesanti » che i genitori si scambiano quando aspettano l’esito dell’operazione e esorcizzano il suo possibile fallimento immaginando «tragedie» ancora più grandi). A volte arriva anche a far ricorso alla magia — per preparare un brindisi di Natale — e aggirare così una scelta estetica esclusivamente realista, che sarebbe state inevitabilmente cupa e depressiva.

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