Diaz

Diaz **1/2

Non occorre essere simpatizzanti del movimento antagonista o dei social forum, nè pericolosi estremisti per sapere che la notte del 21 luglio 2001, a Genova, l’intervento brutale della polizia, prima con l’irruzione alla Diaz e quindi con gli interrogatori degli arrestati alla caserma di Bolzaneto, è stato ignobile, disumano, indegno di un paese democratico.

Tutta la gestione del vertice è stata chiaramente inadeguata, fin dalla scelta di una città angusta come Genova.

L’incapacità di gestire la tensione crescente, da parte delle forze dell’ordine, la militarizzazione della città e della zona rossa, la mancanza di un servizio d’ordine capace di isolare la violenza all’interno dei cortei dei no-global, la morte incomprensibile di Carlo Giuliani: tutto ha contribuito a rendere quel fine settimana un incubo senza fine.

Naturalmente ci sono responsabilità politiche e istituzionali, evidenti. La polizia non agisce di sua spontanea volontà e le modalità con cui è stato mantenuto l’ordine pubblico sono estranee alla brutalità dei singoli.

Su questo Diaz non dice nulla. Ed è il vero buco nero in cui questo film, pur pregevole e appassionante, finisce per cadere.

Vicari ricostruisce con grande perizia narrativa e con stile moderno ed efficace le ore che precedono e seguono la sciagurata irruzione alla Diaz, ma non ci dice nulla sulle motivazioni e sulle responsabilità.

Ci mostra un funzionario dallo sguardo diabolico che pianifica e ordina l’attacco, facendone una maschera nera, che non aiuta a capire.

Il film è un pugno allo stomaco, durissimo, inquietante, che informa e chiarisce, per quanto possibile, attenendosi agli atti giudiziari.

Ma non osa, non aiuta a comprendere, non spiega il perchè di quella violenza brutale.

Vicari ricostruisce l’irruzione alla Diaz, a partire dal preteso assalto ad una vettura della polizia, che fungerà da giustificazione per la carneficina.

Il film ritorna più volte su quell’auto che passa provocatoriamente proprio davanti alla scuola elementare, ed ogni volta riparte, raccontando un punto di vista differente su quella giornata: ci sono gli organizzatori del social forum, gli avvocati volontari che raccolgono le segnalazioni di arresti, c’è un giornalista che parte per Genova dopo la morte di Carlo Giuliani, ci sono i giovani stranieri, francesi e tedeschi, c’è un pensionato della CGIL, che finisce a dormire alla Diaz per puro caso, ci sono blogger stranieri, che tentano di raccontare gli eventi.

Ci sono naturalmente i poliziotti: il vicequestore Fournier, che cercare di mantenere uno sguardo lucido sulla realtà ed i colleghi esaltati ed esasperati dalla tensione.

Vicari ne sceglie alcuni e racconta la loro storia, costruendo un ritratto frammentato e fin troppo esemplare, che ha il suo apice nella messa in scena documentaristica e allucinante delle violenze perpetrate alla Diaz e delle torture inflitte ai ragazzi arrestati e condotti a Bolzaneto.

Ed è proprio nella rappresentazione di quella che doveva essere  un’azione dimostrativa di efficienza poliziesca, trasformatasi in un intervento di “macelleria messicana”, che il film sale di livello, lascia sconvolti ed umiliati, anche se i racconti dei giovani arrestati superano persino la forza delle immagini.

Peccato allora che il film si limiti ad essere un atto di denuncia della brutalità della polizia italiana: “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale, dopo la seconda guerra mondiale” avrebbe meritato qualcosa di più.

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