L’Italia e gli Oscar: un amore finito?

Quando è stato istituito per la prima volta il premio Oscar per il miglior film straniero, come premio speciale, l’Italia l’ha vinto con Sciuscià nel 1948. De Sica ha poi bissato nel 1950 con Ladri di Biclette.

Quando poi il premio ha assunto dignità di categoria ufficiale, con le canoniche cinque nominations, nel 1957, il nostro paese si è imposto ancora nelle prime due edizioni con Fellini, per La strada e Le notti di Cabiria.

A partire dagli anni ’60 e ’70 i nostri film sono stati nominati moltissime volte e hanno conquistato complessivamente 12 statuette e 27 nominations, oltre ai premi speciali.

Gli Oscar alla Carriera a Sofia Loren, Ferico Fellini e Michelangelo Antonioni, nel corso degli anni ’90, in concomitanza con i successi di Bertolucci, Tornatore, Salvatores, Troisi e Benigni, hanno cementato un rapporto straordinariamente felice.

Dal 1999 però, dal successo de La vita è bella, sembra essere calato il gelo. Una sola candidatura, al peraltro impresentabile La bestia nel cuore, e null’altro.

La commissione ha scelto, nel corso degli anni, alcuni dei film dei nostri migliori registi: Amelio o Moretti, Virzì e Garrone, Crialese o Tullio Giordana.

Nessuno è riuscito ad ottenere neppure una candidatura.

Puntualmente tutti gli anni sui nostri quotidiani, si scatena la caccia al colpevole: abbiamo sbagliato film, la commissione è incompetente, la promozione è stata sbagliata, il film è uscito troppo presto oppure non è uscito proprio…

La realtà è però molto diversa. Il problema non è valle, ma a monte. La commissione di selezione dei film stranieri è del tutto incompetente. Ha sistematicamente frustrato le aspettative di ogni cinefilo o appassionato di cinema, snobbando capolavori europei, asiatici, mediorientali, sudamericani, con la medesima superficialità. Non si è quasi accorta della nouvelle vague iraniana, della rivoluzione di Hong Kong, del cinema coreano, di quello messicano o rumeno.

Si è accorta quasi per caso della straordinaria infornata di talenti francesi (Audiard, Assayas, Desplechin, Cantet). 

Lars Von Trier non è mai stato neppure nominato, come Kiarostami, Wong Kar Wai è un illustre sconosciuto, come Kim Ki Duk o Bong Joon Ho. I Dardenne ancora stanno aspettando. Haneke è stato scippato dell’Oscar due anni fa. 

L’elenco dei film esclusi ogni anno è più interessante dei cinque sconosciuti nominati. 

Paradossalmente è più facile essere nominati nelle categorie generali che in quella dedicata, come dimostrano i successi de La tigre e il dragone, Parla con lei, Il labirinto del fauno e dello stesso The Artist, che si appresta a fare incetta di nominations quest’anno.

Come ho già scritto altre volte: non diamo troppo peso ad una categoria dove per scegliere i candidati lanciano una monetina e dove cinematografie forti ed organizzate come la Francia, la Cina, la Corea, l’Italia, la Spagna hanno tutti la stessa possibilità di successo della Svizzera, del Kazakistan o del Lussemburgo.

Bisognerebbe riformare radicalmente questa categoria. O altrimenti prenderla per quello che è diventata: uno scherzo di Hollywood al resto del mondo.

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