Sucker Punch

Sucker Punch *1/2

Cominciamo dal titolo. Sucker Punch non significa nulla: è lo stesso Snyder a confessarlo. E’ solo un nome che evoca velocità, sensazioni forti, arroganza e sorpresa.

Magari il suo film avesse le stesse caratteristiche…

Lungamente pensato e scritto dallo stesso regista, assieme a Steve Shibuya, questo Sucker Punch vorrebbe essere una summa della sua visione del cinema e del suo sguardo anarchico sul mondo. Il progetto apparentemente più personale è anche il suo più deludente, da tutti i punti di vista.

Ci sono racchiusi e sintetizzati tutti i limiti di un regista totalmente privo del senso dell’umorismo, capace di prendersi dannatamente sul serio, anche quando mette in scena sparatorie su bambolotti volanti, trincee della prima guerra mondiale con i soldati tedeschi sostituiti da automi a vapore, alieni verdi che scortano una bomba enorme caricata su un treno iperveloce.

La barocca costruzione narrativa, che racchiude il film in un continuo richiamarsi di doppi, serve solo a fornire a Snyder il palcoscenico adatto, per mettere in scena i cinque livelli di un pessimo gioco da console.

Tutta la sua estetica fatta di rallenty, computer grafica, fantascienza d’accatto, e tutta la sua epica enfatica, piena di amore per la guerra, finisce per ridursi a questo: il costoso trailer di un futuro videogame, per Xbox o PS3.

Ma andiamo con ordine e non anticipiamo le conclusioni.

Sucker Punch racconta la storia di Baby Doll, una ventenne lolita con le treccine bionde e la divisa succinta di una cheerleader, che vessata dal patrigno, dopo la morte della madre, per proteggere la sorellina finisce inavvertitamente per ucciderla.

Trasportata in un’oscura e fatiscente clinica psichiatrica femminile, viene presa in carico dal subdolo capo infermiere, il quale con la cieca connivenza della psichiatra della struttura, approfitta delle ragazze rinchiuse, sino al momento in cui, dopo la lobotomia, si trasformano in vegetali inermi.

Baby Doll capisce subito che l’unica possibilità di sopravvivenza è la fuga. Il tempo corre, però: la lobotomia è fissata solo cinque giorni dopo.

Quello che noi però vediamo non è l’ambiente dell’ospedale psichiatrico criminale, ma una sua reinterpretazione fantasiosa.

Baby Doll immagina di essere in una sorta di bordello di lusso negli anni ’50 (?) nel quale il tenutario, interpretato dal capo infermiere sfrutta lei ed altre ragazze, dandole in pasto ai potenti della città, dal sindaco in giù.

Il ruolo della maitresse è interpretato dalla psichiatra della struttura, che anche nel regno della fantasia mantiene un rapporto ambiguo con le ragazze.

Ad assecondare il piano di fuga di Baby Doll, ci sono altre quattro ragazze, capitanate dalla bellissima Sweet Pea, che, sino all’arrivo della protagonista era l’attrazione della prigione/casa di piacere.

Su questo sogno di libertà si innesta un ulteriore livello narrativo. Per riuscire nella fuga, Baby Doll deve mettere insieme cinque elementi: una mappa, un accendino, un coltello, una chiave ed un ultimo oggetto misterioso.

Per recuperarli lei e le ragazze devono distrarre i legittimi possessori: ed è qui che il film si ingarbuglia pericolosamente. Baby Doll nel suo sogno è capace di un balletto travolgente, che incanta i suoi spettatori e consente alle sue complici di sottrarre gli oggetti necessari (!?).

Noi spettatori però, ancora una volta, non vediamo mai questa danza, ma un ulteriore elemento fantastico, che la sostituisce: come in un lungo videogioco Baby Doll e le altre ragazze dovranno superare cinque livelli di battaglia, sfidando draghi, soldati, fermando treni in corsa e vincendo le resistenze nemiche, in un tripudio di effetti speciali, armi bianche e pistole sparatutto.

In questo metodico accumulo di scatole cinesi, Snyder si perde definitivamente: la ripetitività dello schema mostra tutta la pretestuosità di un impianto narrativo che aveva pure, all’inizio, qualche spunto di originalità.

L’unica a salvarsi è Abbie Cornish nel ruolo di Sweet Pea: il copione le regala un personaggio non bidimensionale e lei cerca di non affondare assieme alle altre. Ci riesce a stento…

Il regista fa sfoggio di tutto il suo cinema ipercinetico, abbonda con citazioni dal cinema di Tarantino, che sfiorano il plagio di Kill Bill in molte sequenze.

Fa il verso anche ai fratelli Wachowski di Matrix ed al cinema orientale.

Si dimentica però di una comune regola di esperienza: il cinema non è un videogioco. Se può essere divertente giocare per ore, immedesimandosi nel protagonista di una ricerca, che attraversa stadi diversi, per arrivare all’agognata ricompensa finale, non c’è cosa più noiosa che vedere qualcun altro giocare.

Ed è questo quello che avviene in Sucker Punch: siamo costretti ad assistere a quasi due ore in cui Snyder gioca con la sua Baby Doll e con le altre ragazze. Forse lui si sarà anche divertito, ma il pubblico in sala (in verità molto limitato, per un blockbuster hollywoodiano) è preda di copiosi e ripetuti sbadigli.

E’ il secondo film, quest’anno che sfrutta la logica episodica e a stadi dei videogames, come struttura narrativa: l’altro però, Scott Pilgrim, lo faceva in maniera decisamente più scoperta, esagerando con iperboli fumettistiche e senza prendersi troppo sul serio, consapevole delle potenzialità, ma anche degli enormi limiti dei suoi riferimenti diegetici e culturali.

Anche Scott Pilgrim è però naufragato al box office, segno che davvero questa progressione per scomparti separati non solo è discutibile da un un punto di vista critico e narrativo, ma è altresì poco suggestiva e coinvolgente per lo spettatore.

Peraltro, le svolte narrative di Sucker Punch sono terribilmente prevedibili e mostrano tutti i limiti dello Snyder sceneggiatore.

L’unica cosa peggiore del film di Snyder è la sua insistita e fideistica apologia da parte di alcuni serissimi interpreti nostrani, per i quali c’è sempre spazio per un nuovo cult, per una nuova teoria dello sguardo, per una nuova esegesi delle imprese di Baby Doll… come anarchica “guerra al potere” !!!

Se il futuro del cinema è questo, come qualcuno – su internet – tenta di farci credere, allora il prodigio, inventato dai Lumiere oltre un secolo fa è destinato a rapida estinzione.

Colonna sonora da urlo – completamente sprecata, come già in Watchmen…

P.S. Adesso è più chiaro perchè Christopher Nolan abbia scelto Snyder per il nuovo Superman: per ucciderlo definitivamente… d’altronde, come ha ben spiegato Tarantino nel finale di Kill Bill, non c’è niente di più antitetico e distante dal Cavaliere Oscuro, che l’imbolsito Clark Kent.

Annunci

5 pensieri riguardo “Sucker Punch”

Rispondi a Cannes 2011. Il secondo giorno « Stanze di Cinema Annulla risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.