Chloe

 

Chloe **1/2

Atom Egoyan è stato uno dei punti fermi nel panorama d’autore dei primi anni ’90.

Exotica, Il viaggio di Felicia, Il dolce domani hanno segnato l’immaginario di un’intera generazione. L’erotismo raffinato e glaciale, il sottile confine tra verità e menzogna, l’elaborazione del lutto, l’invasione dei meccanismi di riproduzione audiovisiva della realtà ed il ruolo ingombrante della memoria e del passato hanno giocato un ruolo fondamentale nell’affermazione del regista armeno.

Premiato nei festival, celebrato nelle rassegne e nelle personali, studiato nelle riviste di cinema come l’autore apolide, capace di svelare la falsa coscienza borghese e perbenista, con uno stile personalissimo, di rara eleganza formale.

La direzione degli attori è sempre stata uno dei punti forti del suo cinema: il viso improvvisamente arrossato di Elaine Cassidy, dopo le avance di un corteggiatore nel pub de Il viaggio di Felicia sono uno dei quadri indimenticabili del suo cinema ed uno di quei rari momenti in cui  il mestiere d’attore sembra uscire miracolosamente dalla routine della ripetizione ed attingere al repertorio dell’arte.

Anche qui, in questo ultimo Chloe, remake del francese Nathalie di Anne Fontaine, è la direzione degli attori a lasciare senza fiato: Amanda Seyfried, sensuale, angelica, Liam Neeson, sfuggente, affabile, misterioso, ma soprattutto Julianne Moore, in un tour de force formidabile e coraggioso, nei panni di Catherine, moglie ossessionata dal dubbio della fedeltà e preoccupata di non saper più rispondere alla sfida della seduzione.

Catherine è una donna di successo, ginecologa a Toronto, sposata da molti anni col marito professore universitario a New York: nel giorno del suo compleanno organizza una festa a sorpresa con tutti i loro amici, ma il marito perde l’aereo e non arriva in tempo. Un messaggio letto per caso sul suo cellulare, alimenta il dubbio del tradimento con una delle sue studentesse.

Catherine allora contatta Chloe, una giovane prostituta, conosciuta per caso nella toilette di un ristorante, perchè tenti di sedurre il marito e le riferisca l’eventuale tradimento.

Il rapporto tra le due donne si fa più complesso: Catherine vede nella giovane il fascino e la sensualità che teme di aver perduto. Chloe invece trova nella donna una madre che ha perso troppo presto e forse qualche cosa di più.

Il racconto dei tradimenti si fa sempre più intimo, le fantasie di Catherine trovano conferma nelle parole di Chloe, che la stringe in un rapporto morboso ed inquietante.

La ragazza si presenta più volte nello studio medico di Catherine, poi seduce suo figlio, in un gioco che ricorda il Teorema di Pasolini, capace di scardinare la finta serenità borghese di una famiglia solo apparentemente perfetta.

Qualcuno ha criticato l’erotismo patinato di Egoyan ed una certa freddezza di fondo, immaginandone un appiattimento alla produzione, per una volta, hollywoodiana.

Ma in realtà il regista è sempre stato un maestro di melodrammi glaciali e candida perfezione formale. Egoyan era già manierista agli esordi: non c’è alcuna deriva, nonostante gli insuccessi degli ultimi anni e la produzione di Jason e Ivan Reitman.

Il personaggio Catherine è un’altro ritratto crudele di donna del cinema di Egoyan, come quello della madre di Hopkins in Felicia, della ragazzina de Il dolce domani o dell’insegnante tradita di Adoration.

In Catherine, Egoyan riversa la crisi che accompagna molte donne, quando la maturità lascia spazio al timore di non essere più seducenti agli occhi dell’amato, di non essere all’altezza dei suoi desideri, delle sue aspettative.

L’ambiguità morale e l’affabulazione che induce all’inganno sono ancora al centro della sua riflessione, così come l’invadenza di dispositivi di riproduzione rappresentazione – chat, email, sms, video.

Certo Chloe non raggiunge in alcun modo la vertigine interpretativa di Adoration, capolavoro della maturità, ancora inedito in Italia, che trasformava l’ossessione amorosa in una racconto tragico di colpe e rimorsi, sullo sfondo dell’insopportabile pregiudizio religioso e morale.

Qui Egoyan torna ad ultizzare il meccanismo di genere, il thriller, con tutti i limiti che derivano dalla scelta di cominciare il film, in modo che finisce rivoltarsi “contro” il disvelamento finale.

Eppure al regista basta un doppio sguardo nel finale ed un dettaglio sui capelli raccolti di Catherine per rivoltare nuovamente il senso del racconto, per confondere le acque, per ritrovare l’ambiguità perduta in una soluzione troppo costruita per non sentirne l’artificiosità drammatica.

E’ lì, in quel fermacapelli, che Chloe si riavvolge su se stesso e riparte verso l’ignoto, così come dimostra quella carrellata sui titoli di coda nel giardino botanico, dove l’inganno aveva cominciato a prendere forma.

Ed è proprio in questo ribaltamento del suo cinema – di solito capace di isolare la verità all’interno delle molte rappresentazioni possibili – che Egoyan dimostra l’inevitabile falsità di ogni immagine, costruendo su semplice dettaglio “la firma beffarda dell’ennesima possibile affabulazione, nella forma di una rieducazione sentimentale”. 1]

1] Giulio Sangiorgio, www.spietati.it

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