L’uomo nell’ombra – The ghost writer

L’uomo nell’ombra – The ghost writer ***

Finalmente in sala, l’ultimo film di Roman Polanski, ispirato al romanzo che Robert Harris ha dedicato al premier Tony Blair, non delude le attese create anche dal morboso caso giudiziario, che ha coinvolto il regista negli ultimi mesi.

L’arresto in Svizzera, la mancata estradizione in California, la riapertura di un vecchio caso, che tutti sembravano aver dimenticato, compresi gli stessi protagonisti, ha riportato al centro dell’attenzione mediatica Roman Polanski, dopo molti anni.

Il film, completato mentre era in prigione, è un thriller classico, ambientato in un’isola della costa orientale degli Stati Uniti, dove l’ex premier inglese Adam Lang (Pierce Brosnan) si è rifugiato per una serie di incontri e conferenze nel paese della special relationship e per mettere a punto la propria autobiografia.

Qui succedono però strane cose: il ghostwriter storico di Lang muore misteriosamente, per un suicidio o per fatalità, gettandosi dal traghetto che collega l’isola alla terraferma e la casa editrice, che ha già sborsato un notevolissimo anticipo a Lang, ingaggia un giovane sostituto (Ewan McGregor), per portare a termine il libro.

L’incarico è ben pagato ed anche se il nuovo scrittore non sa nulla di politica, piace alla casa editrice, che lo manda subito sull’isola per risistemare le bozze del libro e concludere la stesura in un mese.

Il ghostwriter comincia così a conoscere l’entourage di Lang, composto dalla moglie Ruth (Olivia Williams) apparentemente fragile, eppure decisiva per le decisioni del marito, Amelia Bly (Kim Cattrall), segretaria ed amante, l’avvocato Sidney Kroll (Timothy Hutton) ed una serie di guardie del corpo, che ne assicurano la protezione.

Il copioso e noiosissimo manoscritto, già redatto da Lang con il precedente fantasma, andrebbe completamente riscritto, ma attorno a quelle pagine grava una misteriosa riservatezza. Il file non può essere copiato ed i fogli stampati non posso essere trasportati fuori dalla residenza di Lang.

Proprio mentre comincia il suo lavoro con il premier, l’ex ministro degli esteri di Lang lo denuncia alla Corte Penale Internazionale, per aver consegnato dei presunti terroristi agli americani, che li hanno torturati per scoprire informazioni.

Lang è sotto assedio e lo scrittore, in attesa di poter continuare il suo lavoro, scopre pian piano che il suo predecessore aveva trovato nel passato a Cambridge di Lang un segreto che gli è costato la vita e che sconvolgerà anche l’esistenza del nuovo fantasma.

Queste sono solo le premesse di un racconto teso, oscuro e piovoso, come l’isola su cui è ambientato e che sinistramente ricorda quella Shutter Island su cui Scorsese ha lavorato di recente, con esiti assai inferiori.

Polanski al contrario di Scorsese, dimostra di aver assimilato perfettamente la lezione noir e le regole del gioco, lasciando costantemente lo spettatore in uno stato di ansia, per le sorti del protagonista, sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato, ma capace di intuire la verità.

Coadiuvato dalla splendida fotografia di Pawel Edelman e dalle musiche di Alexandre Desplat, il miglior compositore in circolazione, racconta con la giusta ferocia ed ironia, un thriller politico che parte dalla realtà per allargarsi ad orizzonti più ampi, eppure non del tutto implausibili.

Polanski riscrive la storia di uno dei politici chiave degli ultimi vent’anni, restituendone un ritratto, lontanissimo dalle consuete biografie/agiografie cinematografiche e scavando con Harris nelle pieghe della Storia, per restituire un’interpretazione possibile e tragica della realtà, fino a rivisitare le origini di una carriera tanto fulminante, quanto infine deludente.

La sua messa in scena è classica, ricca di primi piani e di campi/controcampi perfettamente orchestrati, ma Polanski non rinuncia ad aggiungere qualche tocco surreale dei suoi, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi minori, dal direttore della casa editrice, ai due inservienti filippini della villa di Lang ed al vecchio isolano, interpretato da Eli Wallach.

Quasi tutti i critici quotidianisti hanno tirato in ballo Hitchcock.

Completamente a sproposito: il maestro inglese non c’entra nulla.

Non c’è Mc Guffin nel film di Polanski ed anche la costruzione del racconto è radicalmente diversa: Hitchcock riteneva indispensabile fornire allo spettatore più informazioni di quelle riservate al protagonista del suo film, creando un meccanismo di suspense ed empatia fondati su un fecondo scompenso informativo.

A suo avviso, era molto più efficace mantenere, in questo modo, un continuo stato di  tensione per le sorti dei personaggi, pur dovendo così rinunciare all’effetto momentaneo della sorpresa.

Quanto all’interesse di Hitchcock per la Storia e la politica, in verità è sempre stato assai limitato, tanto da non farne quasi mai il soggetto dei suoi incubi, almeno a partire dalla fine della seconda guerra mondiale.

In The ghost writer Polanski non ha paura di sporcarsi le mani con il Potere ed è reticente: lascia che sia il fantasma ha condurci con sè alla scoperta dei segreti del governo inglese, un po’ come avveniva già con Frantic, oltre venti anni fa.

Ewan McGregor è perfetto nel ruolo dell’uomo qualunque costretto in una situazione eccezionale, molto più grande di lui: la sua aria sempre spaesata, la sua difficoltà a comprendere gli intrighi del potere, la sua autoironia, restituiscono umanità e fragilità al suo personaggio.

Pierce Brosnan è altrettanto indovinato nei panni di un premier, che aveva tutt’altri interessi rispetto alla politica, ma che l’amore ha trascinato sulla ribalta di Downing Street.

Ma è da applausi Tom Wilkinson, nei panni del magnate e amico Paul Emmett, in un ruolo piccolissimo, ma determinante, con i suoi toni melliflui, falsamente accomodanti, apparenemente gentili, ma in realtà terribilmente minacciosi.

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