Avatar

“Nella fantascienza, da “Star Wars” in poi, si è assistito ad una sorta di fuga dal genere, mentre io qui ci tenevo a sancire un riavvicinamento forte alla fantascienza classica, recuperandone alcuni dei canoni originari…

Fino ad oggi, ogni cineasta che ha realizzato un film in 3D ha avuto la necessità di ricordarlo al pubblico proponendo effetti in continuazione. Non credo sia questo il modo migliore perché è come ricordare in ogni momento agli spettatori, che essi si trovano in una sala cinematografica. Per me, il 3D è più una finestra per entrare in una differente realtà, ma utilizzarlo per tutte le due ore e mezza di proiezione, equivarrebbe a banalizzare il film.

L’incontro dei terrestri con i nativi deve servire ad allargare i nostri orizzonti, perché tutto quello che riusciamo a vedere nella vita ci viene da dentro, e per questo è fondamentale non perdere lo sguardo che avevamo quando eravamo ancora bambini” 

James Cameron, 2009

Che senso ha scrivere una recensione di Avatar?

E’ utile? Quale obbiettivo si deve porre l’interprete di fronte a questa opera-mondo che è nata per essere vista ed apprezzata in Cina come in Sudafrica, in Nuova Zelanda come in Francia?

Quale spazio critico rimane di fronte ad un’opera concepita per imporre la nuova tecnologia 3D e la performance capture, che consente di catturare le espressioni e le sfumature attoriali, trasportandole in un contesto alieno?

Avatar si sottrae alle interpretazioni troppo sofisticate, è lì sullo schermo, in tutta la sua evidenza, si offre semmai al culto di generazioni di appassionati: un po’ come è avvenuto per Guerre Stellari.

A chi interessa sapere se è un buon film, se si inserisce nella filmografia di Cameron  in modo coerente con le altre sue opere o se si tratta di un punto di rottura?

E’ importante che qualcuno vi dica se gli attori sono all’altezza o se la sceneggiatura è ben strutturata?

Forse sarebbe più opportuno interpellare un esperto di marketing, un antropologo, un linguista magari, per aiutarci a comprendere il prodotto-Avatar e l’universo di Pandora, peraltro già oggetto di un sito, appositamente creato, per soddisfare ogni curiosità dei fans.

Il film l’hanno visto tutti. O quasi.

Ognuno si è fatto certamente un’opinione.

Quello che si può fare, per non abdicare completamente alla propria funzione critica, di fronte ad un film così sfuggente, è cercare di ricostruire qualche percorso, sottolineare qualche passaggio, suggerire una prospettiva.

Al momento di scrivere queste note, un mese dopo la sua uscita americana, Avatar è già il film più visto degli ultimi dieci anni e si appresta a superare i record, finora considerati imbattibili, del Titanic.

Si è scritto tantissimo, prima di vederlo in sala: Cameron e i suoi attori si sono spesi in un tour promozionale senza sosta.

Perchè elemento essenziale del progetto Avatar era il suo necessario, ma non scontato, trionfo globale: in questo la capacità di allineare i mezzi ai fini è stata formidabile.

Tra i critici d’oltreoceano e qui nel vecchio continente, ci si è chiesti se il film fosse capace di segnare un punto fermo nella storia del cinema.

I pareri naturalmente sono stati discordi: per conoscere la risposta definitiva bisognerebbe essere indovini.

Occorreranno molti anni per capire la reale portata di questo film.

E non è detto che la vera conquista sia quella del 3D. Proprio perchè l’uso che ne fa Cameron è molto maturo, intelligente, ma certo non rivoluzionario.

Avatar potrebbe essere benissimo ricordato per l’integrazione tra recitazione e computer, per il pre-montaggio di Rivkin già in fase di riprese o persino per la globalizzazione del messaggio ecologista.

Quello che affascina e rende unica l’esperienza Avatar è la riconquista entusiastica del “meraviglioso”, che Cameron è riuscito a portare sullo schermo.

Con il secondo Terminator, diciassette anni fa, il regista canadese aveva compiuto il primo decisivo passo verso l’integrazione degli effetti speciali computerizzati nel tessuto narrativo. Dopo di lui sono venuti Jurassic Park, Matrix e tanti, troppi epigoni minori.

Con Titanic, Cameron aveva sfidato ogni regola produttiva, costruendo un’opera piena di romanticismo e senso del destino, ma aveva innanzitutto reso epico l’affondamento, in tutta la sua devastante potenza scenica. La notte, il blu livido dello scafo, l’inabissarsi progressivo e poi le scialuppe disperse nella notte, i corpi resi cianotici dall’acqua ghiacciata: una sinfonia cinematografica di acciaio, motori, eliche, destinata forse a passare in secondo piano, per la forza trascinante della storia d’amore tra Di Caprio e la Winslet, allora solo due giovani attori alle prime armi.

Il film è diventato, forse suo malgrado, un classico da love story.

Ora, a 12 anni di distanza dalla sua ultima regia, Cameron ritorna alla fantascienza e si conferma straordinario creatore di mondi.

Il pianeta Pandora, su cui atterranno gli astronauti colonizzatori – che si servono di avatar che simulano le fattezze aliene, per cercare di stabilire un contatto con il popolo indigeno – è entusiasmante, coloratissimo, vitale e primitivo.

La ricostruzione di un habitat naturale incontaminato è geniale: tutta la prima parte del film, nel quale noi veniamo in contatto con il mondo dei Na’vi, attraverso gli occhi di Jack Sully – marine catapultato sul pianeta, a causa della morte accidentale del fratello gemello, scienziato impegnato nella missione Pandora – è un continuo straordinario fuoco artificiale di invenzioni visive, di creature viventi e di poetico stupore.

E’ qui che risiede la forza del film, non tanto nella seconda parte più classicamente narrativa.

Gli umani sono su Pandora, perchè il pianeta è ricco di un minerale più importante del petrolio, per la nostra decaduta economia del XXII secolo. E per poterlo estrarre dal sottosuolo, occorre che i Na’vi abbandonino il proprio insediamento.

Il capo della spedizione, interpretato da Giovanni Ribisi, si trova a dover continuamente mediare tra la voglia di mostrare i muscoli dei militari, l’approccio pacifista degli scienziati, guidati da Sigourney Weaver, e le esigenze dei finanziatori della missione, che vogliono risultati in breve tempo.

 

Vent’anni di film americani schiavi degli effetti speciali digitali avevano drasticamente appannato quella meravigliosa sensazione di sedersi nel buio di un cinema, per  scoprire mondi e immagini mai viste.

La fortuna di Cameron è anche quella di avere generato un gap tecnologico tale, da superare qualsiasi forma di visione casalinga.

Non solo Avatar è un film che si può vedere solo a cinema, ma è anche un film che si deve vedere in una sala attrezzata per la visione stereoscopica.

La nostra è un’epoca in cui tutte le immagini sono possibili, tutte le realtà, vere o ipotetiche, sono alla portata di ogni grande produzione; si può simulare un disastro globale, capace di annientare l’intero pianeta (2012 docet) e nessuno più sembra chiedersi: ma come hanno fatto, come c’è riuscito?

Sono lontani i tempi in cui si guardava l’ultima memorabile ripresa di Professione: reporter cercando di capire come Antonioni era stato capace di piegare le sbarre di una finestra, con la forza poetica del suo lentissimo carrello.

L’assenza di limiti, però, non sembra aver fatto bene alla fantasia degli autori di science-fiction.

In un’epoca in cui ogni ripresa è realizzabile e l’artificio tecnico è superato dalle possibilità pressochè infinite della manipolazione delle immagini, imposte dai software, la forza di Avatar mi sembra risiedere essenzialmente nella sua capacità di spingersi più in là, di farci aprire gli occhi su qualcosa di inedito.

La suprema orchestrazione della fotografia di Mauro Fiore, che utilizza tutto lo spettro delle tonalità comprese tra il blu, il verde ed il viola, dona un significato nuovo ai green screen ed alla performance capture.

Al confronto le lunghe battaglie della Terra di mezzo jacksoniana, dominate da tonalità uniformi, marroni e grigie, sembrano ancora più infinitamente noiose.

La tecnologia sviluppata da Cameron, così come già in Titanic, è sempre al servizio di un racconto archetipico, magari semplice, non particolarmente innovativo, ma che affonda nel mito stesso del cinema: dal nuovo mondo di Malick, al piccolo grande uomo di Penn, sino a Balla coi lupi.

Le grandi narrazioni epiche sono già state esplorate: spesso si tratta solo di raccontare con parole nuove, una storia che conosciamo da sempre.

Regista del capitale, se mai ce n’è stato uno, Cameron rimane politicamente un radicale: questa volta affronta di petto le idiozie guerrafondaie dell’America della lotta al terrore, racconta ancora una volta il mito della scoperta e lo lega alla sfida ecologica, per una convivenza sostenibile.

Il messaggio antimilitarista è ancora più forte, proprio perchè viene dal regista di True Lies e Terminator: la svolta è significativa, soprattutto se ci si accorge di quanto Avatar sia speculare ad Aliens, ribaltandone radicalmente il punto di vista.

Anche la forza di un messaggio semplice, che parla inevitabilmente alla parte migliore del suo pubblico, ha certamente contribuito all’affermazione globale di Avatar.

Nella lotta di Jack per salvare l’ecosistema di Pandora dalla voracità occidentale e contemporaneamente farsi accettare in un mondo nuovo ed ostile, si possono ritrovare echi universali.

La storia di Avatar è in fondo quella della riconquista di un’identità perduta, anche attraverso la rinuncia a sè ed al proprio mondo.

Avatar ***1/2

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