Come uccidono le brave ragazze **1/2
Pip (Emma Myers) è una studentessa all’ultimo anno del liceo, impegnata a pianificare il proprio futuro accademico. Prima di scegliere l’università da frequentare e svolgere gli esami di ammissione, deve realizzare ancora il suo EPQ – Extended Project Qualification, un progetto di ricerca previsto dal sistema scolastico britannico, obbligatorio per gli studenti dell’ultimo anno delle superiori. Decide quindi di utilizzare l’EPQ per indagare sul caso di cronaca nera che ha maggiormente scosso la comunità della sua piccola e tranquilla città, l’omicidio di Andie Bell (India Lillie Davies). L’obiettivo è dimostrare l’innocenza di Sal Singh (Rahul Pattni), l’ex ragazzo di Andie che, accusato di aver ucciso la compagna, si è tolto la vita. Sal è sempre stato gentile con lei e con gli altri coetanei: per Pippa non può essere lui il colpevole. Con il prosieguo delle indagini, superando lo scetticismo di professori, amici e familiari, Pip scopre lati della città e dei suoi abitanti che non conosceva e che confermano la sua teoria: le indagini sono state condotte frettolosamente e senza trovare il vero colpevole. Durante il suo imprevedibile “ficcare il naso” nei misteri locali, la ragazza scopre anche una crescente e inaspettata sintonia per il burbero fratello di Sal, Ravi Singh (Zain Iqbal).
E’ solo arrivando al termine della prima stagione (2024), dopo una raffica di colpi di scena che si affastellano nell’episodio conclusivo, che finalmente il titolo svela la propria pregnanza drammaturgica. Perché fino alla fine, a dirla tutta, sembra un po’ fuori luogo: di brave ragazze ce ne sono poche e comunque non uccidono nessuno, anzi. Al di là della battuta è chiaro che il racconto intenda scavare dietro la facciata rispettabile della gioventù di una cittadina inglese, sonnolenta e rassicurante, senza traffico, inquinamento, gang e criminalità organizzata. Come però la storia della Tv ci insegna, da Twin Peaks in avanti, dietro alla rispettabile facciata agreste si nasconde altro e così le indagini di Pip portano allo scoperto una quantità impressionante di segreti, alcuni collegati al caso, altri invece di natura privata, perfino familiare. Nell’incedere tranquillo della serie queste scoperte appaiono peraltro necessarie per tener viva l’attenzione dello spettatore, altrimenti facilmente persa a seguito di dialoghi tutt’altro che brillanti e di situazioni drammatiche piuttosto prevedibili. E’ in effetti la parte drammatica quella che soffre di qualche calo di tensione, in particolare nel rapporto tra Pip e Ravi, presentato con pudore, tatto e rispetto del politically correct e, forse anche per questo, nel complesso poco vibrante e privo di passione. La parte investigativa, preponderante, è invece sviluppata in modo asciutto e razionale, in un arco temporale contenuto (6 episodi da 45-50 minuti l’uno).
Il collante tra le due parti drammaturgiche, come detto, è rappresentato da Pip, chiamata ad uscire dalla propria zona di comfort sia come investigatrice che come giovane donna. E’ questo l’aspetto principale del racconto, che punta maggiormente sulla crescita personale di Pip e sui suoi dubbi/contrasti morali che sull’analisi di una comunità. L’investigazione è a ben vedere un mezzo per consentire di raccontare i dubbi che un giovane adulto deve affrontare: la difficoltà nel riuscire a distinguere la verità dalla menzogna, il compromesso dal disimpegno, il confronto dalla scappatoia. L’aspetto morale è preponderante e Pip si pone costantemente dubbi e domande sull’opportunità e sulle conseguenze delle proprie azioni, senza però esserne paralizzata, magari ritardando alcune scelte, ma senza farsi condizionare nella sua ricerca di verità. Questa parte funziona bene ed è resa con garbo, sia in fase di scrittura che di recitazione. Mi riferisco in particolare a quella, fresca e convincente, di Emma Myers che qualcuno ricorderà come Enid Sinclair, la licantropa compagna di camera di Mercoledì nell’omonima serie Netflix o nel film di Minecraft nei panni di Natalie.
In una serie rivolta ad un pubblico di giovani adulti la musica è determinante per il coinvolgimento degli spettatori: in Come uccidono le brave ragazze gioca quindi un ruolo importante per rispecchiare ed espandere gli stati d’animo di Pip, alternando brani indie rock, pop ed elettronici, sempre con un occhio di riguardo per il sound britannico (The Last Dinner Party, i Chvrches e la cantautrice Holly Humberstone). La colonna sonora attinge ad un doppio registro musicale che separa nettamente l’attività quotidiana da quella notturna, più cupa. Accanto a brani d’atmosfera, troviamo quindi diversi temi strumentali, in particolare per i momenti in cui Pip indaga, sottolineando così il rischio vissuto dalla protagonista.
Prendendo spunto dall’omonimo romanzo di Holly Jackson del 2019, il primo di una trilogia, lo show, adattato al piccolo schermo da Poppy Cogan e diretta da Dolly Wells, mescola abilmente i toni propri del teen drama con quelli del rural noir britannico, passando dall’uno all’altro in modo fluido, grazie al personaggio principale, seguito in modo quasi ossessivo dalla regia. Lo dimostra la scelta tecnica di utilizzare spesso una prospettiva soggettiva, inquadrature ravvicinate o la macchina a spalla. La committenza da parte di BBC e in particolare la rete di destinazione del prodotto, cioè BBC Three, ha condizionato le scelte stilistiche, orientando il tono complessivo verso un realismo provinciale che evita volutamente estetiche più affascinanti e patinate. A livello di fotografia Rupert Bickersteth ha scelto di alternare tonalità calde e sature nelle inquadrature durante il giorno a tonalità cupe e desaturate, di notte e nei flashback. Un’impostazione rigorosa e con una chiara identità rappresentativa.
Come uccidono le brave ragazze è una storia ben definita e circoscritta, che avanza senza fretta, con la tranquillità di chi vuole sorprendere senza effetto, proseguendo così per sentieri piani che profumano di erba tagliata e di tè floreali. Solo qualche curva più stretta nella discesa finale movimenta l’arrivo, ma senza affaticare né il cuore né la mente. Innocuo, piacevole, coinvolgente. Forse a tratti un po’ banale.
TITOLO ORIGINALE: A Good Girl’s Guide to Murder
DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 42 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 6
DISTRIBUZIONE STREAMING: Netflix
GENERE: Drama Mistery Crime
CONSIGLIATO: a quanti cercano un intrattenimento tradizionale e amano la campagna inglese, con la sua parte più nascosta e misteriosa.
SCONSIGLIATO: a quanti sono rimasti affascinati dalla trilogia di Holly Jackson: ci sono differenze rispetto al testo di partenza che potrebbero scontentare qualche affezionato lettore. Inoltre, se cercate un prodotto innovativo o comunque con tratti originali, bisogna considerare che questa serie è volutamente piuttosto ben radicata nell’identità stilistica della BBC.
VISIONI PARALLELE: per chi ama i teen drama investigativi Veronica Mars (2004-2019) rappresenta un’ottima base di partenza. Il personaggio di Pip è peraltro in parte ispirato a quello di Veronica, un’investigatrice inarrestabile che indaga sull’omicidio della sua migliore amica, una studentessa di liceo, nella cittadina di Neptune, affacciata sull’Oceano Pacifico. Più patinato e glamour, meno realistico e politically correct. A voi la scelta.
UN’IMMAGINE: Pip che attraversa la placida campagna inglese con la sua vecchia Volvo Rossa, una station vagon vintage che ben si adatta al contesto e che stride con la Fiat 500 fashion pink della famiglia Bell. La sua auto forse è fuori moda, ma stabile e inarrestabile, proprio come la determinazione che muove la giovane ragazza nelle sue indagini e la sua scala di valori, radicati e profondi.
